Alfonso Mormile -L’attesa- Magnetica Edizioni 2007

Il mistero dell’Uomo, le imperscrutabili profondità della sua anima, i dubbi e le paure di colui che guarda la realtà con occhi disincantati ma, al tempo stesso, riesce a trovare proprio nella miseria e nella pochezza degli esseri umani, nuovi argomenti per sognare cieli diversi.I racconti di Alfonso Mormile si dipanano come un filo sottile tra momenti narrativi, fugaci come un lampo e graffianti descrizioni interiori che lasciano il lettore senza respiro. Un paesaggio insolito raccontato con le parole intense e indimenticabili dello spirito.“Parole piovvero dal cielo, come tempesta di diamanti, luccicanti monete d’oro più preziose di ogni gioiello mai posseduto. Si affrettò a raccoglierle tutte, come un mendicante affamato, chino sull’asfalto e grato a chi gli aveva offerto quell’acqua miracolosa.Lo sguardo incrociò il sorriso di chi lo aveva dissetato e non fu capace di dire altro che “GRAZIE”.
Parole, sintesi e sentimenti, gocce di esistenza immerse nel mare della creazione, creano mondi di incommensurabile bellezza.
La prefazione del libro
Alfonso Mormile, autore napoletano dall’innegabile talento, possiede la rara capacità di toccare le corde segrete dell’anima accordandola sulle armonie di un universo in cui tutti siamo immersi.Leggere i suoi racconti che sono, spesso, frammenti di vita, voce dell’anima, istanti di intensa riflessione è un momento magico, fantastico in cui si perdono i contatti con ciò che ci circonda e si entra in una dimensione diversa. Lo spirito spiega le ali per provare l’ebbrezza di un nuovo cielo e assapora il piacere indescrivibile della libertà autentica che soltanto i veri Artisti sanno regalare.Questa raccolta ha il sapore unico di ciò che nasce dallo spirito e, filtrata attraverso una sensibilità non comune,è in grado di donare squarci di infinito dove la Realtà e il Fantastico perdono di significato, travalicando il limite del conoscibile. Universi di istanti resi eterni dal gioco calibrato e prezioso delle parole, attimi di ineffabile lirismo che sono, nel contempo, poesia e pennellata sapiente di un paesaggio che soltanto chi possiede occhi per guardare “oltre” potrà cogliere in ogni sua delicata sfumatura.Pina Varriale
Giulio Della Rocca: il Sid e la sua tribù – Fermenti Editrice,2007
Un autore giovane, interessante, effervescente e un libro insolito, assolutamente intrigante. E’ arrivato “il Sid” ….
Il Sid e la sua TribùGiulio Della RoccaFermenti Editrice – ferm99@iol.it – www.fermenti-editrice.it 97 pagg. ; 10 € Se chiedete a Giulio Della Rocca,giovane emergente “scrivente”, come lui stesso ama definirsi, quanto c’è di sé dietro al fluido scorrere dei pensieri del personaggio principale del suo libro, Giulio vi risponderà che no, non è lui il Sid, lo squattrinato pittore protagonista di serate di serate al Dela Rock, di viaggi alcolico-allucinanti assieme alla sua tribù – i suoi amici – ed eccitanti quanto inattesi menàge a trois. “Io invece sono una persona completamente normale” sarà la sua risposta.Ma, come ci si attende da ogni opera prima, qualcosa di autobiografico lo si trova sicuramente, celato dalla fantasia del nostro autore. Tanto per cominciare: Ostia. La periferia di Roma fa da sfondo alle vicende del Sid e del suo numeroso gruppo di amici, che come lui sono “figli (o vittime)” della città.Il Sid e la sua Tribù pullula di riferimenti al cinema nonché alla musica: Frank Zappa, CCCP, Bluvertigo, Pearl Jam, Alice, Prophilax, Verdena e così via, che tradiscono l’appassionata vanità di un ragazzo pieno di interessi. E la presenza tra le pagine di due manifesti di “Movimento”, la rivista progettata dal Sid fa certamente eco ad un altro Movimento, quello dell’Associazione Culturale fondata dallo stesso Giulio.Ma, sorvolando sugli eccessi di una punteggiatura forse a tratti un po’ eccessiva, è nelle pagine “liriche” che il libro raggiunge il suo apice. Versi che, come in un vero diario, impreziosiscono le pagine della vita del nostro Sid, di cui intanto non siamo riusciti a non innamorarci; poesie come Disagio, Pensieri, Nel Mio Utero, dove il nostro eroe ormai in crisi non può smettere di pensare e trovare gli opposti: la vita l’amore l’arte la morte…Pullulante di idee e di intelligenti riflessioni , Il Sid e la sua Tribù è un esordio interessante, una lettura piacevole e coinvolgente, da prendere in mano in un pomeriggio da sbarcati sul divano in compagnia… di uno spinello.
O sdraiati sotto il sole estivo di Ostia.
Emiliana Santoro
Nicola Amato: il clochard – Il Melograno, 2007
E’ finalmente disponibile : Il CLOCHARD, l’ultimo libro di Nicola Amato edito da Il Melograno. Una lettura emozionante, un testo di evidente spessore sociale e psicologico che, tuttavia, non tralascia la componente puramente narrativa. Un insieme magistralmente dosato dall’abile penna di Amato. Una lettura che si consiglia vivamente.
Le difficoltà della vita spesso ci portano a fare delle scelte drastiche. Decisioni che mai avremmo preso in una situazione normale di vita quotidiana. Sono di quegli eventi che pensiamo capitano solo agli altri e mai a noi stessi, come se noi ne fossimo immuni. Eventi che, al di là della loro essenza di precarietà fisica e mentale, fanno proprio delle difficoltà di vita un’esaltazione dei valori umani e della vita. Ma la vita è fatta di sconfitte e rivincite in un loop continuo: si cade e ci si rialza, e così via. Questo romanzo è strutturato in quattro parti: la caduta, vita da barbone, il riscatto, la riabilitazione sociale. Proprio come le vicende della vita, capita a chiunque di cadere, magari per delle scelte di vita sbagliate, oppure incorrere in errori e disavventure di cui si è costretti poi a pagarne le conseguenze con un’esistenza fatta a rincorrere i propri errori. Ma arriva poi il momento che, una volta ritrovato se stessi e metabolizzato i propri errori, avviene il riscatto umano e ci si riappropria di quei valori che sembravano perduti perché gli occhi dell’anima erano bendati da falsi miti. E’ la storia di un manager di successo che, accecato dal potere e dal dio denaro, pone in ultimo piano il risvolto umano della vita. Commette degli errori fatali e la vita gli si rivolta contro. Forse un po’ troppo. Affronta perciò un’esistenza da barbone, fatta di lotta per la sopravvivenza e di stenti, ma molto importante dal punto di vista umano e edificante per la sua crescita interiore. Un incontro importante ed alcuni colpi di scena lo conducono sulla via del riscatto sociale e della redenzione umana.

Autore: Nicola Amato
Titolo: Il clochard
Edito da: Il Melograno
Collana: Esperimenti
Prezzo: 12,90 Euro
Pagine: 176
ISBN: 978-88-6111-274-2 Maggiori informazioni su http://it.geocities.com/ilclochardQuesto libro vuole essere un’occasione per evidenziare un dramma sociale rappresentato dal mondo dei diseredati, disadattati ed emarginati da una società sempre più insensibile.
Vetrina d’Autore: Maurizio Cometto
Maurizio Cometto è nato a Cuneo il 29.09.1971. Ha pubblicato la raccolta di racconti “L’incrinarsi di una persistenza” (Il Foglio 2004), il romanzo “Il costruttore di biciclette” (prefazione di Valerio Evangelisti, Il Foglio 2006) e il racconto lungo “Il distributore di volantini” (Magnetica Edizioni, 2006). Sempre per Il Foglio ha curato l’”Antologia del Fantastico Italiano Underground” (prefazione di Valerio Evangelisti, 2006). Vive a Collegno.

L’intervista all’ autore
( da www.mangialibri.com)
Cos’ è la paura per te? Qual è il tuo approccio al raccontare horror, se di horror in senso stretto si può parlare?
In realtà non mi pare che si possa parlare, nel mio caso, di “horror”. Preferirei il termine “fantastico”, che sento più affine. Il mio approccio al “fantastico” è di tipo espressivo e psicologico. Espressivo perchè il fantastico permette una maggiore libertà, una possibilità di “scartare”, durante la narrazione, andando a trovare a volte significati e connessioni che approfondiscono il testo. Psicologico perchè il più delle volte questi scarti, queste maggiori prodondità, questi significati, hanno a che fare con la psicologia dei personaggi, delle situazioni, delle relazioni. Le situazioni fantastiche, per dirla tutta, non nascono quasi mai “a tavolino”, ma durante la narrazione, e vengono da una parte di me non del tutto razionale (diciamo pure dall’inconscio). Sono una sorta di punto di incontro tra ciò che sto narrando e ciò che sento a livello inconscio di dover dire, e in genere quando “esplodono” mi creano un senso di “scoperta” e di “mistero”, che mi dà entusiasmo e mi spinge ad andare avanti per cercare di capire “cosa sta dietro”. Più che la paura, dunque, mi interessa suscitare un senso di mistero e di straniamento.
Sempre più spesso gli scrittori italiani rinunciano alle solite, stantie ambientazioni americane o esotiche per esplorare i ‘lati oscuri’ del nostro Paese, e tu non fai eccezione. Si può davvero fare paura attingendo alla tradizione culturale italiana?
Il far ricorso ad ambientazioni strane o esotiche penso sia riconducibile a un senso di “inferiorità” nei confronti dei modelli anglosassoni, che – bisogna darne atto – stanno all’origine della moderna narrativa di genere. Si ricorreva o si ricorre a tale espediente perchè si crede erroneamente che un testo horror o fantastico sia più credibile se ambientato all’estero piuttosto che in Italia, e questo semplicemente perchè migliaia e migliaia di storie lette o viste al cinema o alla TV sono prodotte e dunque ambientate in America o in Inghilterra. In realtà questo ragionamento finisce col rendere la storia meno credibile, anzi le conferisce il più delle volte una sorta di “puzza” di falso o di televisivo. Per fortuna in Italia autori come Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti o Massimo Carlotto hanno dimostrato che è vero il contrario. Secondo me vale la regola che bisogna sempre scrivere di cose che si conoscono bene, e questo si può dire a maggior ragione per l’ambientazione. E Baldini in particolare ha dimostrato perfettamente come si possa fare paura, e anche molta paura, attingendo alle tradizioni e al folklore nostrano. Penso che possa fare molta più paura una cosa che ti sta vicina e che credevi innocua, piuttosto che qualcosa di molto lontano fisicamente e psicologicamente…
Nelle tue storie la famiglia ha un ruolo estetico centrale: bambini, anziani, genitori, nonni. E’ una scelta precisa?
Me ne sono accorto anch’io. Non è tanto una scelta precisa quanto, credo, una scelta dettata dalla mia esperienza di vita. Descrivo personaggi e situazioni che mi sono familiari e su cui poi si innesca il fantastico (nota che più la situazione è banale, più il fantastico crea un effetto di straniamento). La scelta dei bambini è invece molto più conscia, direi quasi sempre voluta. Perchè i bambini hanno uno sguardo speciale sulla realtà, che permette di trattare le situazioni fantastiche senza doverle per forza “razionalizzare”. Il bambino è costantemente impegnato in un lavoro di “scoperta” della realtà, per cui ha uno sguardo più innocente, in grado di accettare anche ciò che per un adulto potrebbe essere inaccettabile. E poi i bambini danno sempre un senso di “favola”, che aiuta a costruire l’atmosfera.
Quali sono le traversie che uno scrittore esordiente o aspirante tale deve affrontare in Italia?
Dipende da quali sono le sue aspirazioni. Vuoi diventare famoso? Allora o conosci qualcuno di importante disposto ad aiutarti, o devi avere una botta di culo pazzesca. Ti accontenti di veder pubblicate le tue opere e di avere un pubblico di poche decine o centinaia di lettori? Puoi rivolgerti alle case editrici medio piccole, e in alcuni casi se sei bravo riesci anche a pubblicare. Ti interessa semplicemente vedere il tuo nome su un libro e hai soldi da spendere e non te ne frega niente di venire truffato? Ci sono le “case editrici” a pagamento. L’importante è sapere cosa si vuole e a cosa si va incontro, come in tutte le cose della vita. In generale in Italia la situazione mi pare abbastanza tragica, soprattutto per la narrativa fantastica. E’ poco considerata dagli editori, più ancora che poco letta. Figuriamoci poi un esordiente che scrive racconti fantastici. Ciascuna delle tre condizioni (esordiente-racconto-fantastico) presa da sola è già di per se stessa un handicap agli occhi di un editore. Per questo genere di scrittore la cosa migliore potrebbe essere farsi tradurre e provare all’estero. Francia e paesi anglosassoni danno maggiore spazio a questo genere e agli esordienti in generale, senza contare che propongono un pubblico molto più vasto ed attento. Non è bello da dire, però purtroppo è così.
Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione?
Tantissimi e di vario genere. Tra i classici: Cechov (il più grande autore di racconti), Maupassant, Bulgakov, Karen Blixen, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi… Gli argentini del fantastico, in particolare Borges, Cortàzar e Horacio Quiroga… Philip Dick… Tra gli autori contemporanei, mi vengono in mente Agota Kristof, Paul Auster, Jonathan Coe, Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti, Valeria Parrella tra i giovani, Lorenzo Nicotra e Vincenzo Spasaro tra i giovani che scrivono fantastico (nota che quest’ultimo, 3 volte finalista al premio Urania, curatore della collana “Fantastico e altri orrori” per Il Foglio, non ha ancora pubblicato un libro tutto suo…) E Richard Matheson, che ho scoperto ahimè solo di recente, ma che considero un grandissimo. E poi i gialli classici, di cui sono un fan; ritengo un genio John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa. E infine i fumetti: Carl Barks, Romano Scarpa, Martin Mystere, Neil Gaiman, Alan Moore… Insomma, leggo un po’ di tutto, non faccio distinzioni di genere. L’importante è che un libro mi piaccia. [david frati]

Titolo: Lo scaricamento della bara
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 978-88-89889-31-2
Prezzo: 6,50 €
Data di pubblicazione: maggio 2007 Genere: FantasticoDopo il fortunato Il costruttore di biciclette, Maurizio Cometto conduce nuovamente i suoi lettori a Magniverne, un piccolo paese di una provincia contadina dal forte sapore piemontese. E lo fa ricorrendo agli elementi che caratterizzano tutte le sue opere e che ritroviamo anche ne Lo scaricamento della bara (Magnetica Edizioni – 2007): la semplicità, il coinvolgimento, il fantastico e il senso della misura.Cometto dimostra, opera dopo opera, quanto è fuorviante scambiare semplicità con banalità. La sua prosa non si perde in arzigogoli o immagini ardite, non è contaminata da digressioni o incisi. È diretta, immediata, semplice in quanto facilmente accessibile, ma caratterizzata dalla capacità di coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine, costringendolo a restare attaccato al libro sino alla conclusione.
La semplicità di Cometto si ritrova anche negli elementi a cui ricorre nella costruzione delle sue storie. I personaggi sono normali, quasi consueti, inseriti in un contesto che appare incapace di trasformarsi nel teatro di avvenimenti degni di nota. Eppure è in esso che emerge, fortemente espressivo proprio perché inaspettato, l’elemento fantastico, l’alterazione della realtà che sposta l’interpretazione e la rappresentazione dei fatti su un binario parallelo.
Nella prefazione di Marco Capelli (www.progettobabele.it) bene si fa a indicare la peculiarità dell’approccio di Cometto al fantastico proprio nell’assenza di mostri lovecraftiani o della violenza di Barker: all’autore piemontese è sufficiente estrarre dal cilindro un semplice cellulare, un architetto appassionato di comunicazioni, la scoperta di un mezzo espressivo che diventa mania, per imbastire una storia che avvince e sorprende.
I personaggi che la interpretano, seppure non scandagliati a fondo nei recessi dell’animo, presentano tratti davvero peculiari, senza mai scadere nel grottesco o nell’esagerazione. L’Architetto Ego passeggia per i sentieri di campagna accompagnato dall’ex amante della moglie, ora diventato suo confidente, e manda in scena una particolare rivisitazione della sindrome di Stoccolma. Sua moglie Giacinta si sente nuovamente viva quando scopre di provare compassione per le sofferenze che la malattia infligge al marito. Giovanna, l’amica di Ego che “portava il quarantadue di scarpe, cosa di cui si vergognava un po’”, tesse con lui un rapporto di amore platonico e di confidenza. E così per le altre figure che si alternano raccontando al lettore cosa si prova nel ricevere un messaggio sul cellulare proveniente da una persona che è stata appena seppellita e che, dall’aldilà, mette a nudo i peccati e i sensi di colpa che affliggono l’anima di ognuno di noi.
Il volume proposto dalla Magnetica Edizioni è snello e di formato ridotto, elementi che ben si coniugano con la struttura dell’opera, in bilico tra il romanzo breve e il racconto lungo. Questa piccola casa editrice si conferma come uno dei (pochi) seri punti di riferimento per gli scrittori italiani che si affacciano o si addentrano in un genere così variegato come quello fantastico. E Cometto ha sicuramente un posto di tutto rispetto in mezzo a loro. (Andrea Borla)
Titolo: Il distributore di volantini
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 88-89889-06-3
Prezzo: 3,50 €
Data di pubblicazione: febbraio 2006Genere: Racconto del Fantastico
da: www.kataweb.it
Federico (o Ricu) e Angelina vivono il lieto fine grazie alle fiamme che avvolgono e fanno contorcere la nonna. E il distributore di volantini.
Il racconto Il distributore di volantini, recentemente ripubblicato (era infatti già stato pubblicato su rivista) in forma d’agile volumetto tascabile, riconsegna al lettore la cifra stilistica d’uno scrittore di talento assoluto che viaggia nelle spirali del fantastico. Un autore che fa della suspense materia messe nella prima parola scritta e tenuta fino a dentro l’ultima parola composta.
Questa figura nomala, il distributore di volantini, ha pezzi di carta rossi e piccole luci rosse in mano, ma potrebbe avere gli occhi rossi, oppure ce l’ha gli occhi rossi; occhi che danno i brividi. Esattamente come dovrebbero. Il distributore dei volantini è un tramite, e basta. Lui rappresenta una mediatore, uno che deve dare messaggi. Soprattutto alla nonna, che al termine dell’intensa opera cade nel buco bruciante delle rogo con egli stesso. In pratica, siamo davanti a una stravagante e fantastica in tutti i sensi storia d’amore.
Angelina, la bella ragazza che vaga per le strade d’una Cuneo molto imbiancata dal naturale, incontra o deve per forza incontrare il suo Federico, il ragazzo che la libera dalla schiavitù di stare in un limbo per nulla accogliente. Il limbo sa di spiriti, eccetera. Allo stesso modo, ci sta il passaggio nelle memorie sempre della nonna, che arriva al punto di mettere in campo una specie di rito per mettere pace nell’organismo dell’angelo Angelina. Il passato della nonna di Ricu entra prepotentemente nel presente dell’affezionato nipote. Un giovane studente che insegue la grazia di quella “studentessa” particolare che li fa perdere il senno.
Per chi cercasse del sentimentale, nonostante queste premesse, stia alla larga da questo nuovo volume di Maurizio Cometto. Questo scrittore non ha soltanto tantissimo talento e la forza d’arrivare in fondo a cioè che dice, toccare il nucleo con leggerezza, senza stancarsi minimamente. Questo scrittore è anche dotato d’una capacità di cogliere il ritmo da posizionare sotto il sedere della sua narrativa. Le frammentazioni posizionate esattamente dove devono essere posizionate, all’interno dei paragrafi, fungono da ulteriore strumento che rende grazie al battere e levare delle vicende dettate da Cometto. Una prova importantissima, questa. E’ il momento di fare attenzione a quello che fa Maurizio Cometto, molta attenzione.
Nunzio Festa
Il distributore di volantini è un breve racconto che si divora in meno di un’ora e che tiene incollati alla pagina sino a un incredibile finale (che non svelo), tra personaggi che sembrano uscire da un sogno, ma che l’autore rende vivi e concreti dipingendoli con tratti realistici. La figura del distributore di volantini che consegna i suoi incredibili messaggi sotto la neve di Cuneo, la nonna che racconta una storia surreale e rievoca vecchi tempi fatti di rimpianto, Federico e Angelina che vivono un’avventura incredibile a metà strada tra l’onirico e il misterioso. Non si può raccontare la trama di un racconto che dura lo spazio di una lettura serale ma che ricorda le pagine del miglior Buzzati. La trama è ben costruita, surreale ma credibile, l’ambientazione tra le valli e la neve di Cuneo ben fatta, i caratteri dei protagonisti delineati a dovere. Le favole della nonna parlano di anime peregrine, che stanno al confine tra il mondo della materia e il mondo dello spirito e i ragazzi devono fare i conti con un’incredibile realtà. Non vi dico altro. Se vi ho incuriosito abbastanza ordinate il libro. Costa meno di un gelato.
Gordiano Lupi
Recensioni: Il caso Maurizio Cometto
di Valerio Evangelisti
Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto. Naturalmente farei torto a molti altri scrittori, come sempre capita nel caso di domande del genere. Sono tantissimi gli autori nostrani, specializzati nel fantastico in tutte le sue varianti, bravi o bravissimi, ma Cometto mi è particolarmente gradito. Un piacere particolare, nel fare quel nome, mi viene dal fatto che è conosciuto da pochissimi. Averlo scoperto è un merito della casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Forse non sono del tutto d’accordo (in parte sì) con Gordiano sulle sue valutazioni su Cuba e su certi miei colleghi. Ma su Cometto non si discute: un fior di scrittore, e averlo reso noto, sia pure a un numero circoscritto di lettori, e scommesso su di lui, è stata una dimostrazione di fiuto e di buon gusto.
Perché Cometto mi piace tanto? Per la sua grazia, per la semplice eleganza della sua prosa, trasparente e fine. Per il tono trasognato che mi ricorda tanto Enzo Fileno Carabba, un altro dei miei scrittori preferiti. Per la difficoltà a inquadrarlo in un genere definito.
Ho già parlato di Cometto in occasione dell’uscita del suo romanzo Il costruttore di biciclette, e non sto a ripetere il giudizio espresso allora (vedi qui). La linearità di quella “piccola” storia mi sembra esemplare. Era in apparenza un horror, addirittura lovecraftiano, eppure lo trascendeva. L’accento era piuttosto sul bizzarro che emergeva, poco alla volta, dalla quotidianità. Senza effettacci né forzature: per tocchi lievi. Come Jonathan Carroll nelle sue migliori prove.
Cometto pare portato alle “piccole storie”. Tra le sue cose migliori più recenti ci sono dei racconti di poche pagine pubblicati dalla casa editrice Magnetica: Lo scaricamento della bara e Il distributore di volantini. Vale la pena di leggerli, soprattutto il secondo. Pochi euro permetteranno un godimento illimitato. L’horror c’entra solo in parte, e serve unicamente a garantire un’etichettatura. Lo sfondo è totalmente onirico, gli sviluppi imprevisti. La prosa, di un’eleganza raggiunta da pochi.
Qualcuno si chiederà quali vantaggi mi derivino dal tessere questa apologia di Cometto. Non molti: ignoro chi sia (so solo che è piemontese, di Collegno), quando sia nato, cosa faccia per campare. Ma davanti a uno scrittore della sua finezza e del suo umorismo, un atto è dovuto: togliersi il cappello.
Editori in cerca di talenti, siete avvertiti.
Vetrina d’Autore: Nazareno Barra
Titolo: Il violinista (storia di vocazioni)
Autore: Nazareno Barra
ISBN: 88-89889-11-X
Prezzo: 13,00 €
Data di pubblicazione: giugno 2006Genere: Romanzo horror“AVVISO IMPORTANTE: Alcune scene e alcune situazioni descritte all’interno della presente opera, potrebbero urtare la sensibilità del lettore”da: www.operanarrativa.com

Spagna, fine 500. Due fratelli, Antonino e Giacomo, loro malgrado si ritrovano risucchiati in un perverso piano che Satana prepara dalla notte dei tempi. Inconsapevoli, si ritroveranno l’uno nemico dell’altro. Antonino, ammaliato dal demonio innescherà, attraverso il violino, strumento quasi sconosciuto all’epoca, un vortice di eventi violenti, un crescendo di efferatezze, una strada di cui nemmeno il proprio artefice conosce la fine. Giacomino, che da bambino sente la chiamata di Dio, combatterà l’errore eretico con energia, mentre le sue credenze saranno messe a dura prova dall’apparizione di una donna che sembra essere arrivata da altri tempi.
Lo scacchiere è pronto. L’eterna lotta tra Bene e Male ha inizio.
Il romanzo di Nazareno Barra è un’opera alquanto particolare, una fresca novità sul perenne conflitto tra Dio e Satana o tra il Bene e il Male, in una precisa e affascinante cornice storica. Sembrerebbe una storia “classica” del genere, ma in realtà la vera grandezza dell’autore sta nell’ aver posto le due Entità su un piano parallelo, in quanto nella loro dimensione umana, sono entrambe destinate a soccombere. A ben vedere si potrebbe pensare che Mino,il sacerdote di Dio, prevalga su Nino, il fratello sacrilego, quando gli dà l’assoluzione per tutti gli omicidi e le violenze commesse. Nino, però, riesce a sopravvivere al fratello, sia pure per poco, facendo vibrare ancora una volta le corde del suo micidiale violino, prima della sua stessa tragica fine.
È, comunque, un romanzo che fa riflettere e che, dal punto di vista narrativo, si presenta interessante,nonostante talune descrizioni a volte cruente. Sicuramente potrebbe provocare scalpore e perfino dissenso tra alcune fasce di lettori “ortodossi” e poco inclini a una narrativa “estrema”, ma personalmente mi è piaciuto, è scritto molto bene e fa pensare.
In ultima analisi, personalmente penso che la Chiesa dovrebbe temere più questo giovane autore che Dan Brown, poiché qui i principi cristiani vengono criticati e messi in discussione su un piano squisitamente teologico e non su basi pseudo-storiche.
Melanie
da: vassane.splinder.com/archive/2006-12 – 59k
Oggi ho finito di leggere un romanzo di un giovane scrittore napoletano. Il libro in questione si intitola Il violinista, storia di vocazioni è il sottotitolo, frutto, da quanto si può capire nell’introduzione dell’autore, del ritrovamento di antichi manoscritti incompiuti a cui lui si è impegnato a dare completezza assorbendoli in un’opera personale. 280 pagine (in numeri romani) fitte di avvenimenti e personaggi che ruotano attorno a una partita a scacchi (anche se di scacchi qui non si parla) tra Dio e Satana. Un gioco crudele perché vede impegnati, su opposti fronti, Mino e Nino (poi frate Giacomo e Antonino), fratelli di sangue. Se il primo sente la chiamata di Cristo e sceglie di prendere i voti, l’altro viene avvicinato dal demonio – qui raffigurato come un uomo in nero – nella campagna fuori dalla tenuta del padre vinaio, e viene iniziato alla musica del violino. Si sa che a questo strumento in particolare veniva attribuito un suono diabolico, e in una storia ambientata nella seconda metà del ‘500 non si sa ancora niente della sua musica, tanto che la Chiesa lo ricoprì subito di invettive impietose. E forse non si sbagliava, almeno a giudicare dal romanzo, visto l’uso che ne fa Nino una volta che ne apprende il sinistro potere, stringendo un patto con il Male e facendosi suo campione. Giacomo è vittima spesso di visioni e percezioni che lo mettono in guardia dal fratello, vive profonde crisi di coscienza che lo trasformeranno nell’arco della vicenda, facendogli assumere il titolo di Inquisitore Supremo, cioè uomo di punta nella lotta all’eresia. E qui l’eresia non risparmia, si veste dell’ignoranza del popolo e distrugge, saccheggia, dissacra chiese e monasteri, diventa un’orda barbarica che sembra inarrestabile e contro cui non esistono difese. A guidarla il Maligno pone Nino, da tutti conosciuto come il Violinista. La musica può arrivare ovunque, dicevano Mime e Syria, ne “I Cavalieri dello Zodiaco”, e lo ribadisce Antonino suonando il suo violino, usando la sua musica maledetta per decapitare, mutilare, bruciare. Nessuna armatura può resistergli, neanche intere legioni, e più il tempo passa più il suo potere si accresce, parallelamente alla sua sete di dominio. Le pagine scorrono veloci, la storia procede a ritmo sostenuto e sa tenere viva l’attenzione e l’attesa, con un buono stile narrativo e delle ottime idee. È forse nelle ultime trenta pagine che il tono si abbassa, compare una figura che l’autore punta a rendere centrale, forse un po’ in ritardo, rischiando di sparagliare le carte. Un buon libro, dunque, di sicura presa, ma con due difetti fondamentali: l’eccessiva efferatezza delle scene, che finisce spesso con l’essere immotivata, fine a se stessa; e poi il finale, un po’ frettoloso e scialbo, buonista dopo pagine e pagine prive di ogni intento edificante. Per contro l’abilità dell’autore è indiscutibile, alcuni capitoli sono da maestro, il fascino morboso del male richiama alla mente il Dracula di Bram Stoker e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Ad esso Barra oppone la luce incarnata da Cristo e Socrate: santità e ragione per sconfiggere l’oscurità e l’oscurantismo.
Un’altra bella recensione è sul sito: www.progettobabele.it
Affiora subito alla mente del lettore più attento e appassionato il riferimento a Wilde e al suo Il ritratto di “Dorian Gray. Il protagonista, infatti, sembra molto simile ad Antonino, uno dei personaggi centrali del romanzo di Nazareno Barra. Stessa sete di potere; stessa voglia di cambiare, con l’aiuto di una forza superiore, il naturale evolversi della propria vita; stessa moneta di scambio, l’anima; stessa arrendevole presa di coscienza e stessa inesorabile sorte. In questo suo primo libro l’autore tocca un argomento caro non solo alla letteratura ma anche all’uomo e al suo fondamento esistenziale. Si tratta dell’ennesima battaglia tra bene e male, la costante intromissione di Lucifero nella vita delle persone, quel tarlo che s’insinua nella mente a suon di musica affrontato, però, questa volta, da prospettive in parte nuove e in parte conosciute e, forse deliberatamente, ignorate dalla carta stampata. L’ambientazione di Il violinista non è semplice, occorre ritornare indietro di almeno cinque secoli e ripercorrere gli anni più oscuri della storia d’Europa, e della Spagna in particolare, quando a comandare era l’inquisizione, quando era sufficiente dire una parola di troppo per finire sul rogo. Alcuni importanti dettami della chiesa medievale vengono messi in discussione, mentre i preti-giudici, semplici uomini che in nome di Dio si arrogano il diritto di decidere della vita e della morte forti di parole che Dio stesso non ha mai pronunciato, vengono, invece, sottoposti a dura prova da un antico filosofo, la cui collocazione all’interno della storia pare del tutto inappropriata e fuori luogo, che ha fatto della sua ignoranza la fonte della sua saggezza. Egli è la vera coscienza di tutto il romanzo, l’”indicatore di direzione”. Solo alla fine il lettore capirà la sua importanza e l’originalità di tale scelta narrativa da parte di Barra. Una lotta fratricida inconsapevole sorretta da un ritmo incalzante, mai noioso e sempre adatto alla scena descritta. Le pagine scorrono veloci caratterizzate da uno stile semplice, moderno, vicino sia a chi legge che al periodo storico della vicenda. Tragico, come in fondo è giusto che sia, il finale. Il millenario scontro fra il diavolo e il suo antagonista non prevede vinti ne vincitori. Non ammette compromessi. Le due estremità si equivalgono. Si annientano per ricostituirsi a vicenda perchè una senza l’altra non ha motivo di essere. Rimane la tristezza. Lo sconforto di due fratelli che non hanno saputo amarsi, cercarsi, completarsi.
(da: www.www.intercom-sf.com )
A prima vista, questo romanzo che sta riscontrando numerosi favori di critica e di pubblico, in special modo in Campania – anche se è riuscito a varcare i confini regionali – può sembrare l’ennesima storia sulla lotta tra bene e male, ma, partendo da una trama battuta, già dalle prime pagine regala una visione alquanto originale della materia. L’aver posto le due entità sullo stesso piano – non a caso i due protagonisti,

Nino e Mino, hanno un nome simile – porta spesso a confondere chi stia dalla parte del giusto e chi no, fenomeno questo riscontrabile anche per i personaggi secondari. Nessuna netta separazione tra bianco e nero, solo innumerevoli sfumature di grigio dove i protagonisti, principali e non, si muovono. L’aver reso tutti i personaggi con una forte caratterizzazione psicologica, sovverte le convinzioni comuni, accendendo interrogativi ritenuti impossibili su certe tematiche.
Questo libro classicheggiante ci consegna una Spagna di fine ‘500 dove l’ordine naturale delle cose è sovvertito – si vedano le nevicate in estate seguite dal caldo torrido – senza che gli interpreti della trama possano far nulla per contrastarlo (a tal proposito, si vedano i frati domenicani cantare il Salve Regina ai vespri e non a compieta), quasi specchio della moderna società.
Altra inaspettata preziosità, un novità assoluta per il genere, è l’aver inserito all’interno de Il Violinista un vero e proprio dialogo platonico, scritto con padronanza e cognizione di causa, una chicca che non può fare a meno di sorprendere il lettore e indurlo a riflettere.
Questa opera, con la sua violenza intrecciata alla poesia e a riflessioni filosofiche, è una boccata d’aria fresca su un genere talvolta troppo ripetitivo. Nazareno Barra, grazie a questo romanzo, ogni settimana riceve nuovi attestati di stima entusiastici sul suo sito www.nazarenobarra.com, dove, tra le altre cose, vi sono pubblicate alcune poesie davvero incantevoli e la prima parte di un racconto che sarà presentato a puntate.
Il consenso cresce intorno a questo giovane scrittore, tanto che, nella sezione Horror del sito www.operanarrativa.com, Il Violinista campeggia al primo posto, davanti ai libri di autori affermati e famosi.
Nel prossimo futuro, vi sarà anche la presentazione ufficiale del suo libro sul territorio di Afragola e certamente non mancheremo di avvisare i nostri lettori.
Se siete amanti del genere, affrettatevi a procurarvi Il Violinista – Storia di Vocazioni, per intraprendere un viaggio sconvolgente in un mondo vivido, quasi reale.
Pubblicato su Articolo1 del 17 dicembre 2006
RECENSIONE
di Claudia Bordin
Io questo libro l’ho letto. Un horror a cui la definizione sta molto stretta, mi spiego: ci sono si elementi prettamente caratterizzanti di tale genere letterario, ma qui siamo di fronte ad un opera di fantareligione e fantastoria, il tutto condito da un riflessioni morali e religiose.
Lo stile, anche se ricercato, è molto scorrevole. Un climax, cresce pagina per pagina fino ad un finale mozzafiato – con una chicca inaspettata – ed è molto cinematografico con continui cambi di scena.
Vi sono scene prettamente violente. Qualcuno potrebbe trovarle fastidiose o estremamente sadiche, ma tant’è! Per me servono a caratterizzare la storia!
Consigliato a chi è in cerca di forte emozioni senza nulla togliere alle riflessioni cui il romanzo induce.
Da: www.moniadibiagio.mastertopforum.com
Il Violinista è stato segnalato tra i “Libri da leggere” sul sito www.lacaverna.it
Un libro dall’impatto forte, violento, drammatico! Stile scorrevole e robusto, personaggi profondi e credibili, riflessioni che non lasciano indifferente il lettore! “Il Violinista” ha la capacità di catturarti, di portarti in un mondo e in un epoca già affascinanti, ma rese qui con una rarefazione e un senso di claustrofobica sorpresa veramente eccezionali! Immagini così vivide come se si stesse osservando un film mozzafiato. Tutto condito da una profondità che ti induce a riflettere anche quando non si sta leggendo! Che dire, un ottimo esordio di uno scrittore che farà parlare di sè!
Da: www.ibs.it
Marco Priulla- Judas Priest: Heavy Metal Magnetica Edizioni 2007
Marco Priulla è nato a Palermo nel 1985. La passione per la musica e la letteratura si mostrano precocemente, crescendo in parallelo, alimentandosi a vicenda e sfiorandosi di continuo. Scrive poesie, racconti, saggi critici e articoli, collaborando saltuariamente con alcuni siti web con le sue recensioni di dischi HM.
Nel 2006 una sua realizzazione nell’ambito del giornalismo auto-prodotto riceve riconoscimenti nazionali. Dopo gli studi classici si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove, tra una lezione ed un’altra, continua a coltivare il suo amore per la scrittura, la letteratura e la musica, specie per l’heavy metal. (www.verorock.it)

Titolo: Judas Priest: Heavy Metal Messiah
Autore: Marco Priulla
ISBN: 978-88-89889-29-9
Prezzo: 8,00 €
Data di pubblicazione: aprile 2007Genere: Saggistica&Narrativa attinenti al Metal
Nella visione nostrana culturalmente caotica, superficiale e spesso disordinata e qualunquista delle sonorità Hard – della musica “dura” – l’italiano medio sovente confonde tra generi e sottogeneri, definizioni e sottodefinizioni, tra etichette e sotto-etichette.
Per lunghi anni mi é capitato quasi costantemente di sentir ciarlare di “metal” accostando gruppi dalle sonorità e dagli stili talmente diversi da produrre nella mia mente un disdicevole e stizzoso stridio prolungato – come il famigerato gesso che si spezza sulla lavagna. Così, sotto la denominazione di Metal, sentivo accorpare, con sconforto e indignazione, i vari: Van Halen, Extreme, Metallica, e persino gli AC/DC! Come dire: di tutte le erbe un fascio.
Esiste invece una precisa e scrupolosa sintassi musicale che, sommata al modo in cui la si usa, definisce gli intenti e caratterizza gli stilemi che forgiano non solo il marchio di fabbrica di ogni musicista (o gruppo), ma che delineano il raggio d’azione creativo connotando una Band fino a renderla unanimemente “riconoscibile” e, nel bene o nel male, inseribile in questo o in quell’altro “genere.”
Fin dalle primissime interviste al nascente gruppo dei Judas Priest, e durante tutti gli anni della loro trentennale carriera musicale, la band si é SEMPRE e invariabilmente definita “METAL.”
Ciò é sintomatico di una potente visione e di un’estrema, precoce e sbalorditiva consapevolezza del linguaggio musicale adottato sin dagli esordi.
Col senno di poi, dopo attenta e appassionata analisi sulle peculiarità stilistiche dei Judas Priest, ciò che maggiormente si evince é la tenace, ferrea volontà di incarnare l’ideale estetico e sintattico-musicale dell’Heavy Metal.I Judas Priest SONO l’Heavy Metal.
Lo incarnano: alla perfezione.
Sono l’origine di un modo di fare musica che nonostante lo snobismo diffuso Esiste e R-esiste tenacemente al variare delle mode: quasi come una maestosa e irremovibile Piramide che non si arrenda all’erosione del tempo.
Dalla genesi – dagli esordi ancora venati di una sottile ma già obsoleta tradizione inglese ricca di screziature progressive – essi procedono con convinzione e fervore fino a sfornare album in cui il cuore del gruppo é volutamente “sintonizzato” a battere e pulsare su Riff e ritmiche secche, continue, instancabili, costanti.Nessuno spazio a sonorità “accordali,” nessun riverbero di suoni. Le chitarre appaiono compatte, rapide, secche, taglienti, incisive.
***
Mi sono spesso domandato cosa fosse a legarmi così tanto a questo splendido gruppo.
Gli elementi catalizzatori sono tanti – inverosimilmente troppi, per essere condensati in un’unica band. Che fosse l’onnipresente ritmica mozzafiato? Che é poi la Chiave di Volta del Vero Metal.O forse la presenza di due magiche chitarre soliste, la cui classe senza pari nasce dalla fusione tra un’estrema fluidità e una frenesia a stento disciplinata che erompe con veemenza come in nessun gruppo prima (e dopo).O forse – mi chiedevo – sarà l’effetto “Sirena Incantatrice” della sovrumana voce del leader Halford, capace di spaziare da toni gravi e cupi a incandescenti note acute e liriche che arrivano a straziare spirito e carne. Una voce che pur manifestando tecnica ed estensione mozzafiato, non é esibita con vanto e non risulta fine a se stessa, bensì intesa per regalare Energia e Potenza e Intensità e Cuore.O perfino – ipotizzavo – le semplici e spesso quasi ridicole seppure estremamente accattivanti linee di basso: una ritmica innocente nella sua semplicità ed efficacia.Infine, le doti compositive e la capacità di alternare brani sovrumanamente feroci alle più dolci e melodiche Ballad di tutti i tempi.
In realtà, é chiaro che nessun elemento, da solo, avrebbe potuto catalizzare i miei umori, i miei ascolti e le mie energie verso un’unica band. E’ più che evidente che è “la somma” di tutto ciò a creare un magico impasto, una lega paradisiaca. Un cocktail di ingredienti esplosivi ma al tempo stesso sapientemente amalgamati.
I vertici artistici, le vette, i pinnacoli, le cime che i Judas Priest hanno saputo innalzare non hanno e non avranno mai eguali.
Lorenzo Nicotra
L’autore con la sua scrittura potente ed evocativa, indaga a fondo sui contenuti più profondi ed inquietanti dell’orizzonte lirico e visionario dei Judas Priest, legandone i concetti in un’unica trama che si addossa il compito anche di rileggere lo scenario esistenziale e generazionale che ha prodotto il culto dell’heavy metal dagli anni Settanta in poi, creando un effetto tanto possente da avvicinarlo ad un poema. Pornografia robotica, Medioevo odierno e venturo, tentazioni totalitariste e un profondo senso di onnipotenza accompagnato da un nichilismo senza speranza: questo è il mondo in cui si snoda il nastro sonoro dei Judas Priest, accompagnato da una colata lavica di suoni potenti ed esplosivi che – come avrebbero detto gli antichi – sembrano forgiati dal Dio Vulcano nelle officine infernali dell’Etna. Questo libro, quindi, è un viaggio che necessariamente deve essere accompagnato dall’immersione nella musica, nelle sonorità eruttive della band. Dopo, come spesso è accaduto per tanti appassionati, nulla potrebbe essere più come prima.
(Maurizio De Paola – giornalista Metal Hammer)
(da www.rawandwild.com)
Ero convinto si trattasse di un libro sulla storia dei Judas priest e come ogni altro appassionato di heavy metal dovrebbe ,mi sono accostato con interesse alla lettura di questo libro , chiedendomi come avesse fatto un ragazzo italiano a raccogliere tutto il materiale biografico sulla band di Birmingham che non è proprio legata ad un alone di leggenda eterna come i connazionali Beatles dei quali chiunque sa quasi tutto e non sarebbe stato difficile per chiunque descriverne le gesta.Invece comincio a leggere il libro e dopo la prefazione di Lorenzo Nicotra che spiega cos’è l’heavy metal e perchè, giustamente, secondo lui i Judas rappresentino appieno il genere forse come nessun altro (anche perchè sono totalmenti avulsi a qualsiasi contaminazione stilistica e sono storicamente i primi ad aver definito l’immagine ed il suono del metal) ed una breve storia artistica nel primo capitolo (dove Marco finalmente difende il grandissimo en controverso album “Turbo”) capisco che il libro è un racconto fantastico che trae spunto dai testi e dai temi delle songs dei Judas in una forma totalmente inedita.
E’ come se avesse colto nell’opera omnia della band un filo conduttore e lo avesse palesato aggiungendovi del suo nel massimo rispetto delle scritture originali,amplificandone la forza e rendendone il tutto comprensibile e plausibile.
Tutto ha un senso in questo libro,dai titoli dei brani e degli album alle copertine alle trovate sceniche dei live.E pur trovandomi disorientato da questo libro che è diverso da quello che mi aspettavo ho goduto delle immagini che questo racconto diciamo “evangelico” ha evocato in me.Ovviamente come consiglia Maurizio de Paola la lettura del libro non puo’ essere completa senza ascoltare la musica dei suddetti Priest come sottofondo (ed io ci aggiungerei anche una buona birra,che in questo caso sarebbe irrinunciabile) .Cosi’ potremo anche noi immedesimarci nel giovane Rocker che si trova a trovare dentro se stesso il mondo magico della band.Alla fine del libro troviamo una discografia della band con commenti ed interpretazioni largamente condivisibili sul percorso artistico di questo combo metallico.Ovviamente il linguaggio ed il codice letterario non è quello poetico tradizionale ma non credo fosse questo lo scopo dell’autore che invece fa bene a cavalcare lo stesso stile tipico di questa musica ,senza fronzoli inutili ma senza punte letterarie che comunque nessuno avrebbe gradito in questa sede.Un libro consigliato ai veri fan dei Judas priest che vogliano respirare l’aria pesante e metallica tipica del gruppo ritrovando frasi e citazioni che ne hanno fatto una band di culto.Per gli altri credo possa essere un occasione per capire e per avvicinarsi ad un mondo fantastico ed avvolgente a cui nessuno dovrebbe rinunciare.
Gianni Colonna
Luigi Panzardi: Addii d’un rosso inconscio, Magnetica Ed. 2007
Luigi Panzardi è nato a San Giorgio Lucano in provincia di Matera il 27 maggio 1942 e vive a Taranto. Ha già pubblicato una raccolta di poesie intitolata Parole bianche e l’opera “Istanze e Sogni” entrambe edite da Il Filo. Alcuni suoi racconti sono presenti su siti web specializzati.
Panzardi ha trascorso la giovinezza vagando tra Svizzera e Milano, svolgendo lavori diversi, prima di trovare un impiego stabile che gli ha annichilito lo spirito. E’ tuttavia riuscito a pubblicare due raccolte di poesie: Parole bianche e Istanze e sogni.All’impiego è seguita la collocazione altrettanto stabile nella città di Taranto, dove risiede ancora. Ha cercato nelle opere di Friedrich W. Nietzsche la via per la quale la mente, pur genialmente dotata, smarrisce il comune processo logico e si offusca in un mondo di idee ed immagini pallide, sconnesse. Di nessun altro autore si può seguire con tanta ricchezza di elementi il passaggio dall’argomentare limpido e profondo di Ecce Homo, ad esempio, alla irrazionalità dei “Biglietti della follia”, lo scorrere del ricco pensiero lungo l’alveo comune, fino al suo dilagare in una buia campagna astrusa. Nonostante la ricchezza degli elementi, quel passaggio rimane misterioso.Come la personalità dei personaggi di questi racconti.

Titolo: Addii d’un rosso inconscio – RaccontiAutore: Luigi PanzardiISBN: 978-88-89889-37-4Prezzo: 10,00 €
Data di pubblicazione: dicembre 2007
Genere: Fantastico
<<La ragazza, stanca e tremante, tornò nel soggiorno e s’era appena sistemata sul divano in attesa dei padroni di casa, quando udì un lamento provenire dal piano di sopra. Sentiva suoni strani, prima una voce, poi un singhiozzo, quindi di nuovo una voce, un chiedere aiuto ed un pianto. A volte un riso, dopo un intenso parlottio. Liliana si diresse verso la scala di marmo e salì di sopra…>> da: “La busta azzurra”.
“Istanze e sogni” di Luigi Panzardi, ed. Il Filo, 2006
Recensione
Nel Poeta è sempre presente una solitudine interiore che lo spinge a comunicare con gli altri tramite i versi. E’ un secondo io, sempre presente, ma che in momenti di particolare tensione emotiva trova un suo sfogo guidando la mano a comporre riflessioni, urla di sdegno, silenzi che parlano più di qualsiasi voce.Ritroviamo questo pathos anche nella raccolta poetica di Luigi Panzardi, caratterizzata da una quarantina di liriche dalle tematiche più disparate, dall’osservazione della natura alla dolorosa immagine dei diseredati.In ogni caso è sempre presente la consapevolezza della caducità della vita, della conclusione di un ciclo con la morte, un evento accettato con una rassegnazione stanca.Al di fuori di canoni stilistici ben precisi, si può far rientrare tuttavia questo modo di poetare nel post-ermetismo, riprendendo da quest’ultimo alcune caratteristiche che impongono al lettore un’attenta lettura e rilettura, onde comprendere, peraltro senza soverchie difficoltà, il senso del messaggio.Aggiungo che c’è una costante linearità dell’esposizione, a volte accompagnata da incisi in funzione rafforzativa, in una stesura dal lessico non complesso, quasi comune, che non impedisce tuttavia il raggiungimento di un’armonia semplice, ma funzionale.Valga un esempio per tutti quella che, a mio parere, è la lirica più riuscita, dove il contrasto fra il desiderio di una donna emarginata e la realtà del mondo è espresso senza enfasi, e proprio per questo induce a una più ampia e serena riflessione. Davanti allo specchio di una vetrina Paralizzata, guarda la vetrina,gode per la lussuria dei colori esposta.Un fragore di luci biancheavvolge il nero vestito di seta giacente,imperlato, come un cielo gremito di stelle. Raspa con le mani il vuoto della borsetta,ha l’animo agghiacciato dalla fame,ha il cuore dentro che urla stupito,chiede di sapere perché non puòcorrere sull’azzurro del mare. Alle spalle il fiume gonfio e lento sta,della folla di uomini e macchine,scorre sullo schermo a due dimensioni:una è ricchezza, l’altra è povertà. Ecco, in questi versi c’è tutto lo sdegno per un mondo che accetta solo se stesso, c’è il naturale desiderio, il sogno di una donna per un abito che non può comprare, con quella mano che inconsciamente cerca quello che non c’è nella borsetta. Come tutti i sogni lo scontro con la realtà impone la domanda del perché altri sì e lei no.E la risposta è nell’ultima quartina, con quel fiume di un’altra umanità che scorre insensibile, lasciando sulle sponde chi non può percorrerlo.
Basterebbe questa lirica a dare valore a una raccolta che ne presenta altre di significativo rilevo.
L’intervista (www.arteinsieme.net)
E’ uscito proprio in questi giorni il tuo ultimo libro intitolato Addii d’un rosso inconscio, una raccolta di racconti.
Ci vuoi parlare di questo tuo lavoro e ci vuoi spiegare i motivi di un titolo così strano?
Il titolo annuncia, sia pure vagamente, l’esito drammatico dei racconti, i cui personaggi, essendo dotati di personalità per così dire insolite, fuori della norma, al limite, o dentro la follia, fanno sorgere questa sensazione di stranezza, giustamente rilevata. Nella stessa prefazione, di cui pure sono l’autore, col riferimento al tragico e misterioso passaggio dalla lucidità alla follia in cui si perdette la mente di F. Nietzsche, intendo avvicinare l’eventuale lettore al mistero, sempre vigente, che annebbia talune alterazioni della mente. E da queste alterazioni seguono poi le aberrazioni del comportamento che rendono drammatica la relazione dell’uno con gli altri. Sulla strada di queste anomalie si arriva al fantastico, da intendersi però più come un realtà che supera gli stessi limiti della fantasia, anziché come un irreale fine a sé stesso.
In questi racconti c’è un comune filo conduttore, o meglio ancora, c’è uno stesso messaggio che li lega?
I racconti sono eterogenei, e molto, fra di loro, né poteva essere diversamente, trattandosi ciascuna di una storia a sé, con personaggi che hanno ognuno un proprio destino. Eppure un robusto e nero filo li unisce, una specie di fratellanza al negativo, che dà alla fine la sensazione di una comune loro sfortuna nello scorrere di avvenimenti assolutamente diversi.
L’unico messaggio rilevabile, ma non certo espresso, sarebbe l’invito caloroso al lettore di curare sempre la propria integrità mentale.
Questa non è la tua prima pubblicazione, ma con questo editore è la prima volta che hai lavorato.
Come ti sei trovato?
Sinceramente è ancora presto per dare un giudizio complessivo e definitivo. Ritengo che l’efficienza di un editore non stia nella semplice pubblicazione di un testo, ma soprattutto nella volontà e capacità di diffondere l’opera, crearle intorno l’ambiente più favorevole all’approccio con i lettori. Sicuramente finora con questo editore c’è stata onestà nel rapporto e reciproca, affabile collaborazione in tutto ciò che ha riguardato la cura dell’edizione. In più vorrei segnalare la pazienza avuta da lui nell’accogliere sempre puntualmente le mie ripetute revisioni al testo.
Hai dei progetti letterari in corso? In verità, non pochi; uno però in particolare, un romanzo la cui stesura è quasi alla fine e di cui tuttavia non posso dire il titolo, perché il nome preferisco darlo, in forma definitiva, solo dopo la nascita. Grazie, Luigi, e ovviamente auguri per questo tuo libro.
Giacomo Scalfari: La nascita dell’Armata Verdenera, Magnetica Edizioni 2007
Il catalogo Magnetica Edizioni si arricchisce di un altro, prezioso lavoro nato dall’abile penna di Giacomo Scalfari.Un racconto che non incontrerà solo il consenso e l’apprezzamento dei lettori affezionati al Fantasy ma che saprà essere veicolo e stimolo di idee e contenuti che vanno ben oltre la narrazione. Ipotesi ardite? Fantascienza? Assolutamente non si tratta di questo ma per gustare appieno il complesso e intrigante “mondo” di Scalfari, non c’è che una possibilità: leggerlo. E non è improbabile che vi venga voglia di regalarlo a chi, tra i vostri amici e conoscenti è in grado di apprezzare un’opera che, al di là dell’ espediente narrativo, offre reali contenuti su cui riflettere.
Pina Varriale
Ogni tanto succede che un editore abbia l’intuito di pubblicare qualcosa di nuovo e interessante, evitando di ricalcare stereotipi annosi e trite riproposizioni di temi derivati da Tolkien o epigoni. E’ questo il caso dell’opera intitolata “La nascita dell’Armata Verdenera”, di Giacomo Scalfari. Un romanzo che soltanto in apparenza riprende gli stilemi dei classici mondi del Fantasy, ma che in realtà va ben oltre gli stessi con intelligenza e competenza.L’autore ci dice: “Mi aspetto che il libro sia letto, oltre che dagli amanti del genere Fantasy, da tutti coloro che giudicano l’immaginazione non solo un’ottima risorsa per sopportare meglio le intemperie della vita, ma anche un veicolo attraverso cui guardare ad altri mondi possibili, forse migliori di questo, e pensarne una futura realizzazione.” Echi che sono forse più di William Morris o di Eric R. Eddison, James B. Cabell e dello stesso Mervyn Peake che di J.R.R. Tolkien. Echi che Giacomo Scalfari dimostra di avere ben assimilato e compreso, riproponendoli con una sua cifra stilistica che non ha il sapore dell’ovvio e del banale.
Dalmazio Frau

Titolo: La nascita dell’Armata Verdenera
Autore: Giacomo Scalari
ISBN: 978-88-89889-38-1
Prezzo: 11,00 €
Data di pubblicazione: dicembre 2007Genere: Fantasy
Giacomo Scalfari vive a Parma.
Dopo essersi laureato a Bologna in Lettere Classiche ha frequentato la Scuola di specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS). Oggi alterna il lavoro di archeologo a quello di professore di italiano e storia nelle scuole superiori.
Ha pubblicato: Terra Guerra Magia, antica tradizione indoeuropea dai Celti a re Artù (Keltia Editrice, 2003); Veterano di guerre psichiche ed altri racconti (Edizioni Il Foglio, 2004); La Radura dei Superflui (Oppure Libri, 2005).
L’intervista
(da www.zam.it)
Appena uscito per i tipi della Cicorivolta Edizioni, ‘Doppio UNO (a margine di un omicidio brigatista)’, è innanzitutto una storia che, per quanto inquietante, kafkiana, prende spunto da fatti realmente accaduti. Tutto comincia a prendere forma a Genova, nel corso del G8 dell’estate 2001. Poi, un paio di mesi dopo, ci sono le torri che crollano. Le polizie di tutto il mondo, inclusa quella italiana, cominciano ad investire gran parte delle proprie risorse umane ed economiche nella difesa dal moloch terrorista. Si moltiplicano contatti, abboccamenti, sinergie fra le intelligence di mezzo mondo. In Italia, poi, nel marzo 2002, assistiamo con l’omicidio Biagi ad una recrudescenza del brigatismo rosso, sebbene vi fosse già stato l’omicidio D’Antona nel ‘99. E comunque è proprio in questo passaggio che la vicenda di Pietro, il protagonista di ‘Doppio uno’ e alter ego dello scrittore, conosce una drastica accelerazione. Pietro infatti è un militante di una formazione di estrema sinistra, che ha sempre agito alla luce del sole e che tuttavia, un giorno, del tutto inaspettatamente, viene a trovarsi indicata sulla mappa di tutte quelle sigle che vengono date come fiancheggiatrici o parallele alle BR. Da quel momento, Pietro comincia a scorgere delle ombre, degli spettri, delle sagome. Le vede appostate nei bar, all’uscita del cinema, dentro a macchine parcheggiate, dentro agli scompartimenti del treno, sul posto di lavoro. Sulle prime pensa di avere delle allucinazioni, di essere impazzito, come accade per i personaggi di certi film, poi comincia a realizzare ciò che probabilmente è la verità: lui è un uomo pedinato. E lo resterà per molto tempo. Il libro racconta appunto la vicenda di un ragazzo, di un normale studente, appassionato di fantasy e giochi di ruolo, che non ha nulla da nascondere, e che pure per un lungo periodo vedrà intorno a sé muoversi un numero molto consistente di barbefinte e altri personaggi, per lo più umbratili, dallo sguardo gelido e sfuggente. Una vicenda, tra l’altro, attraversata in completa solitudine, visto che Pietro fatica a convincere anche i suoi stessi compagni dello scenario grottesco e paradossale che gli è stato allestito intorno.
-Giacomo, sei sicuro di quello che hai scritto?
Certo. La garanzia che posso dare, però, è solo la mia parola. Chi mi è stato addosso, ovviamente, lo sapeva, ed è per questo che ha continuato a farlo per lungo tempo in assoluta disinvoltura.
-Che effetto fa sentirsi pedinati?
Un brutto effetto. Forse il dato più negativo è che la consapevolezza di ciò che ti sta accadendo non puoi condividerla con nessuno. Se ci provi, il più delle volte passi per mezzo matto.
-Che idea ti sei fatto, invece, della polizia di stato?
Io non so chi fosse quella gente così interessata ai miei passi. Polizia? Carabinieri? Servizi? Posso avanzare delle ipotesi, ma niente di più. Ritengo però che, in generale, le forze dell’ordine non si facciano alcuno scrupolo quando si tratta di “marcare a uomo” un militante extraparlamentare.
-Nel libro i diversi riferimenti storici, e cioè il nome di Biagi, della Lioce, etc., sono tutti leggermente alterati. Allo stesso modo, il luogo dell’azione è un’immaginaria Crisopoli, che tuttavia non fatichiamo a riconoscere nella città di Parma. Perché questa scelta, visto che racconti circostanze realmente accadute?
Le circostanze sono reali, ma le conclusioni che io ne traggo sono ipotetiche e del tutto personali. Inoltre “Doppio uno” non vuole essere solo un libro cronachistico. I fatti che si narrano sono per certi versi un pretesto per affrontare temi esistenziali come la paura, la solitudine, il fato, la lotta impari… e perché no, l’immaginazione come risorsa per opporsi a tutto questo.
-Da quanto tempo militi nell’estrema sinistra e di che tipo di organizzazione si tratta?
Milito da circa dodici anni in un partito comunista extraparlamentare che ha sempre agito alla luce del sole. Ritengo che la gente che mi è stata addosso per tanto tempo non possa dire altrettanto.
-Perché su quanto ti è accaduto hai preferito scrivere un libro, fra l’altro dai contorni molto sfumati, nebbiosi, talvolta lievemente irreali, piuttosto che chiamare un po’ di giornali e raccontargli tutto?
Credo che sarebbe servito solo a farmi dare del paranoico anche dai giornalisti, oltre che da amici e compagni.
-A parte ‘Doppio Uno’, hai già scritto diversa narrativa. Che cosa stai preparando adesso?
“Doppio Uno” è un libro che io non avrei mai voluto scrivere, ma che ho ritenuto di dover scrivere perché, come già disse qualcuno, la verità è rivoluzionaria e va dunque onorata fino in fondo. Se il mondo feroce in cui viviamo me lo permette, vorrei tornare al fantasy e alla mitologia, che sono la mia passione più autentica…
Ivan Carozzi
DOPPIO UNO: 11. E’ IL TIRO PIÙ MALEDETTO NEL FANTAGIOCO DEL WARHAMMER, ma il vero 11 maledetto della storia contemporanea è un altro 11.
L’11 settembre del 2001, naturalmente, vero e proprio crocevia della storia del mondo.
Una giornata lorda di sandue, con la quale perfino i nostri figli e i nostri nipoti dovranno costantemente misurarsi, perché la Storia ad un certo punto è parsa deviare dalla sua rotta naturale per andare a braccetto con una pulsione demoniaca di sopraffazione, sprezzo della vita umana e del suo intrinseco valore. Un punto di non ritorno che spiegherà i suoi effetti per decenni, rallentando la crescita economica e rendendo difficili le relazioni tra Stati, popoli, razze e diverse religioni. Il terzo millennio, insomma, non poteva cominciare peggio. Ma c’è battaglia e battaglia.
Nella microstoria di questo libro di Scalfari, teatro del Warhammer – le battaglie fantasy combattute da eserciti in miniatura – è il Circolo degli Argonauti.
Pietro, il protagonista centrale, guida un esercito di Bretonnia, il cui nerbo è formato da nobili cavalieri votati alla misteriosa Dama del Lago.
È questa una vicenda dalla strana luce sinistra, che si dipana tra ombre di uomini (“Superloscoman”), case, strade, stazioni, in equilibrio labile fra militanza politica extraparlamentare e servizi segreti.
Una vicenda ambigua, definibile tra quelle parainvisibili, cioè quelle che si svolgono sotto i nostri occhi senza per questo essere mai veramente notate, mentre prendiamo il caffè, leggiamo il giornale, aspettiamo l’autobus, abbracciamo le nostre donne e… ci illudiamo di sapere e tenere tutto sotto controllo. Ci illudiamo che la vita scorra normale, e invece qualcuno è sempre lì, pronto a tessere trame oscure, disegni criminosi e destabilizzanti.
A spiarci e decidere per noi la nostra vita. E anche, a volte, la nostra morte.
“Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi una sala, come a Massimo D’Antona…”. Con questa “battuta” Marco Biagi, 52 anni, si rivolge al ministro del Welfare Roberto Maroni e al suo sottosegretario Maurizio Sacconi.
Pochi giorni dopo, il 19 marzo 2002, viene ucciso dalle Brigate Rosse a Bologna, mentre, di ritorno dall’università di Modena dove insegnava diritto del lavoro, si appresta ad aprire il portone e raggiungere la moglie e i due figli.
Anche lui come D’Antona era un consulente del ministro del lavoro (ora welfare) nel suo caso del governo Berlusconi, come in precedenza lo era stato di Enrico Letta e Tiziano Treu, ministri dei governi di centrosinistra. Era impegnato nella definizione delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Dopo meno di tre anni le Brigate Rosse tornano ad uccidere con la stessa pistola il medesimo bersaglio, un consulente in riforme del lavoro dello stesso ministero, senza che questi venga anche minimamente protetto da una scorta.
Ma parallele a vicende sociopolitiche di tale rilievo, scorrono vite minime, ben altrimenti affaccendate.
A 27 anni, senza avere un’idea precisa di cosa avrebbe fatto dopo, il 19 luglio 2001 Pietro si laurea in Lettere all’Università di Bologna. Non solo studente. Anche attivista politico del Fronte Comunista, piccola ma vivace formazione extraparlamentare. Il 19 luglio è anche la data dell’inizio delle fatidiche giornate di Genova che costarono la vita al povero Carlo Giuliani, macchiando di sangue ed infamia la maschera democratica di una Repubblica ormai sull’orlo di una pericolosa crisi di nervi. Un inferno di pestaggi, lacrimogeni e menzogne mai del tutto chiarite.
Ad un certo punto, Pietro, smaltita l’euforia post-lauream, trova lavoro presso una Cooperativa archeologica che sta portando alla luce un villaggio preistorico appena fuori Crisopoli. Ma la sua vita viene pian piano sconvolta dal prendere coscienza che qualcuno è sulle sue tracce…
Da un punto di vista formale, non si capisce bene dove stia l’originalità nel trasformare la libreria Feltrinelli in… Veltrinelli o Marco Biagi in… Piaggi.
Giacomo Scalfari, Doppio uno (a margine di un omicidio brigatista), Cicorivolta Edizioni, pagg. 122, Euro 7,00
Fernando Bassoli
Vetrina d’Autore: Elena Vesnaver
La vita è strana.Soprattutto quando si nasce il 21 febbraio 1964, perché già essere Pesci è strano, ma quando si è anche cuspide Acquario tutto si complica e rende la vita ancora più strana e il 1964 è un anno da matti, provare per credere.Se poi si nasce a Trieste bisogna aggiungere i conflitti, le inquietudini, il nervosismo della terra di frontiera che non ti lascerà mai in pace, che non ti abbandonerà mai, che non ti permetterà mai una vita tranquilla, che ti porterà su e giù, come le onde del mare. Già, il mare. A Trieste c’è anche il mare.Sono nata a Trieste e forse tutto comincia da lì. Sono un’attrice che scrive o un autore che recita? Chi lo sa, ho sempre il dubbio, anche se lo scrivere sta chiedendo sempre più frequentemente la priorità.Ho iniziato nel 1988, scrivendo i testi degli spettacoli che avrei portato in scena, riducendo per il palco classici della letteratura per ragazzi e non solo; poi, amici e qualche fidanzato, mi hanno cominciato a spingere verso la scrittura che non ha bisogno di un palcoscenico per vivere, io gli ho dato retta ed eccomi qui.La mia prima pubblicazione risale al 1999, quando per la casa editrice Lo Scarabeo ho curato il mazzo di tarocchi I Tarocchi delle Fiabe, scegliendo la fiaba da legare ai singoli Arcani, scrivendo la prefazione e una breve filastrocca per ogni carta.Poi sono arrivati, nel 2002 e nel 2003, due libri per ragazzi editi dalla Edicolors: Le storie di Pozzo ed Elide dov’è? Il mistero della bidella scomparsa (un giallo under 12).Nel 2005 sono terza al concorso Profondo Giallo con il racconto lungo La faccia nera della luna e subito dopo mi capita la grande fortuna di incontrare la casa editrice napoletana Magnetica che decide di pubblicare, nei primi mesi del 2006, il mio racconto.Faccio il bis nel 2007 con Sixta pixta rixa xista, una storia di streghe ambientata a Cormòns nel 1647 e che da tanto premeva per uscire dalla mia testa.Nel frattempo esce anche Strane storie d’amore per la casa editrice Castalia, una raccolta di racconti per ragazzi che narrano storie di innamoramenti surreali e divertenti.Diversi miei lavori sono presenti in varie antologie: Flor in Lost Highway Motel 2 (Cut-Up Edizioni), L’ora di andare nell’antologia Tutto il nero dell’Italia (Noubs), La poetica del tè presente in Il delitto si tinge di verde edito da Osiride per il museo di Rovereto.Qualcosa di mio naviga anche nel grande oceano del web e mi piace ricordare i racconti presenti su Orient Express (www.zaffoni.it) e L’ultimo conzapignate, un racconto che amo molto e che è stato accettato da www.thrillermagazine.it. Intanto scrivo.Soprattutto il romanzo che mi stanno chiedendo tutti e che presto ci sarà. Promesso.

Titolo: Sixta pixta rixa xista
Autore: Elena Vesnaver
ISBN: 978-88-89889-32-9
Prezzo: 6,50 €
Data di pubblicazione: maggio 2007
Genere: Streghe
- Quando ridi così, mi viene su la paura – borbottò la vecchia scrollando il suo carico, – come con tua nonna. Rideva e dopo succedeva qualcosa. Striis, tutte e due.
- Sixta pixta rixa xista… – si allontanò masticando la vecchia formula per mandare via le streghe.
Storie, diceva sua nonna, se bastassero quattro parole, che streghe saremmo? E dopo rideva.
La vecchia aveva ragione: quando sua nonna rideva, poteva succedere qualsiasi cosa.
La RECENSIONE
SHERLOCK MAGAZINE n°10
Sixta pixta rixa xista
Di Elena Vesnaver (Ed. Magnetica, 2007)
Sixta pixta rixa xista è un’antica formula per scacciare le streghe. Ma è anche il titolo del secondo libro di Elena Vesnaver, autrice friulana. Un piccolo volumetto, agevole, tascabile nel vero senso della parola e godibile alla lettura. Si tratta di un libro drammatico, come può esserlo un libro che narra la storia di un amore impossibile: quello tra una strega e il suo inquisitore.
Luzie è una strega. Così almeno tutti la considerano. Ma è una strega “buona”, benvoluta e amata per le attenzioni che ha sempre verso gli altri. Finché un giorno giunge in paese un Inquisitore e gli eventi precipitano fino a farlo giungere da lei… Non siamo di fronte a un giallo classico, questo è avedente, ma non siamo di fronte nemmeno a uno dei tanti romanzi dedicati alla caccia alle streghe. Sicuramente ci sono richiami a La Chimera di Sebastiano Vassalli e comunque a un filone letterario legato alla sanguinosa tradizione delle persecuzioni e delle torture perpetrate ai danni delle cosiddette streghe. Se, però, si vuole definire l’opera della Vesnaver, senza dubbio è necessario utilizzare il termine romanzo d’amore. Infatti è proprio questo l’aspetto più originale del libro. Luzie si innamora perdutamente dell’uomo che le darà la morte, un amore incondizionato, puro, oltre il limite dell’animo umano e forse proprio per questo, oscuro e incomprensibile.
Con il suo stile asciutto, colorito dal dialetto, diretto e pulito, l’autrice racconta con naturalezza e in poche pagine questa storia che scorre veloce sotto gli occhi del lettore, che in un soffio si trova alla fine, alle porte della primavera.
Per concludere ci si trova davanti a un’opera originale nel suo genere e convincente nella sua immediatezza e a un’autrice che si conferma matura e preparata per affrontare opere di respiro più ampio.
(Chiara Bertazzoni)
Elena Vesnaver è presente nel catalogo Magnetica Edizioni anche con: 
Titolo: La faccia nera della luna
Autore: Elena Vesnaver
ISBN: 88-89889-08-x
Prezzo: 6,50 €
Data di pubblicazione: febbraio 2006
Genere: giallo/mainstream
Mentre scendevo le scale e riprendevo la sacca che avevo lasciato in portineria, mi chiesi perché non gli avessi detto proprio tutto quello che mio padre mi aveva raccontato al telefono, in fondo non cambiava la sostanza della storia. O forse sì? Forse sapere che la bambina morta si chiamava Sara anche lei, questo cambiava la sostanza della storia e ancora di più la cambiava il fatto che era la figlia di Enrico. E che Enrico era uno di noi, quella mattina di inizio estate, a Villa Bardi.
Vetrina d’Autore: Alfonso Mormile
Alfonso Mormile è nato a Caivano (NA) l’11 agosto 1961. E’ laureato in naturopatia presso l’università Jean Monnet (Belgio).
Ha svolto diversi lavori nella vita, tra cui l’insegnante e l’imprenditore.
Ha pubblicato diversi racconti e moltissime liriche su periodici nazionali e siti web, alcuni suoi lavori sono presenti in diversi e-book.
Narratore attento e sensibile, utilizza uno stile originale e intenso capace di indurre profonde suggestioni emotive nel lettore. Teurgo di immagini interiori di rara efficacia, si distingue per lo stile volutamente criptico, predilige la tematica Metafisica e Fantastica ma è anche un profondo conoscitore dell’animo umano e un sagace critico della società e dei suoi costumi.
Ricordiamo, tra le sue pubblicazioni:
Naufrago- Nemesys, 2007;
Lavori usuranti – Magnetica Edizioni 2007;
Diverse poesie in ManualediMari.it;
Alcuni dei suoi racconti sono presenti nella sezione horror e drammatico di ePress. e su http://www.scheletri.com
Ha pubblicato un suo racconto nell’antologia “Gatti dal Buio” edita da Magnetica Edizioni nel mese di novembre 2007.
Ha partecipato e vinto molti concorsi letterari tra cui:
Premio Gatti dal Buio, 2007
Premio Fantasia E… 2006;
Finalista Thriller Seventy 2006;
Finalista Magnic Word Press 2005 (Racconto scelto per antologia);
Premio Roscigni Fiorenza, 2005
Il suo blog è: http:// www.babelemoderna.splinder.com
Attualmente collabora ad un ambizioso progetto per la promozione di Magnetica Edizioni all’estero, curandone gli aspetti organizzativi e la diffusione editoriale.
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