Vetrina d’Autore: Luigi Brasili
Luigi Brasili si racconta:
Un altro pseudo scrittore, direte voi… ebbene sì non ditemi che cercavate qualcosa di utile! Ma badate, “pseudo” e non “aspirante”, ci tengo, mica sono un elettrodomestico! Comunque, non vi ho certo trascinato io con la forza perciò peggio per voi… in ogni caso, qualora siate talmente curiosi da non riuscire a staccarvi da questa pagina, vi informo che sono nato nel 1482 nelle Highlands scozzesi, appena adulto lasciai la terra di Albione e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana… no, aspettate un attimo… Dunque, come mi chiamo lo sapete, aggiungo che ho 42 anni, sposato con Anna, che mi ha donato due piccoli tesssori. Sul titolo, “Scrivere è magia”: ho sempre amato la parola scritta fin da bambino, e sono sempre stato convinto che leggere e scrivere siano una magia reale, quella magia che spesso aiuta a sognare o ad avere incubi… che poi in fondo sono la stessa cosa. Scrivo da quando ho imparato a farlo ma mi ci sono messo di piglio buono a partire dal novembre 2003, e non ho più smesso. In questo sito non troverete ovviamente i miei capolavori di narrativa, tanto non ne ho mai scritti, anzi dubito che ne scriverò mai, ma continuerò a scrivere sempre e comunque, mettetevi l’anima in pace.
Recensione:
Questo è ciò che ho respirato leggendo La strega di Beaubois di Luigi Brasili.E molto di più.Ma questo, soprattutto, è rimasto a me, alla mia mente, ai miei sensi.Cos’altro dovrebbero essere le parole – certe parole – se non “trappole” per odori, sensazioni, brividi che – magia dell’arte dei suoni e dei segni grafici – riescono a riportarci in pieno in un mondo vivo. Come viva può essere la pagina scritta quando le parole che la “segnano” riescono a essere altro da sé e mutarsi in gesti, sguardi, dolori.Dolori antichi e sempre vivi, come certe piante che non riescono a morire, nonostante il gelo dell’inverno.Odore di fuochi e di rose. Misti, mescolati in un tutt’unico. Aspro e dolce. Odore unico che s’insinua tra le casupole d’un villaggio perso ai bordi d’un bosco. Il mitico bosco sempre celato tra le pieghe più intime del nostro essere.Eppure vero.Vero bosco, con veri alberi, con vere paure di veri esseri che si sono persi. E che si perdono. Ancora.Un mitico bosco che ha veramente visto, tra i labirinti dei suoi rami scheletrici, orrori. Quegli orrori che fanno impallidire certi scimmiottamenti cinematografici e pseudoletterari. In questo racconto è magistralmente descritto un bosco vero. Tanto vero da essere sempre vivo, sempre presente. I suoi aculei, anche. Che s’incuneano e fanno male. Da queste nostre ferite fuoriesce un balsamo, come quello che riescono a secernere gli aberi feriti. Certi alberi.Solo che, invece d’essere color ambra e profumare di fresco pino speziato, questo nostro balsamo è di colore nero–inchiostro e profuma di fuochi e di rose.Che questo nostro sangue nero e profumato possa servire.A qualcuno. A qualcosa.
Giovanni Buzi
In un contesto di forte bigottismo e marcata ipocrisia si sviluppa una storia torbida, dove non si può distinguere chi è buono e chi è cattivo e dove gli incantevoli boschi del sud della Francia fanno da superbo scenario a fatti prodigiosi ed eventi di sangue, meschine tresche di sesso e fenomeni sovrannaturali, magia e morte, inverosimile santità e probabile dannazione.
Una brillante prova letteraria per Luigi Brasili, che è riuscito a concentrare in poche pagine una storia avvincente e completa, che ironizza con garbo su alcuni dei momenti più bui della Chiesa, quali la caccia alle streghe e alle sette eretiche, passando per uno dei più grandi misteri del cattolicesimo contemporaneo, le apparizioni di Lourdes.
Gustose anche le citazioni, che occhieggiano qua e la nel testo (Edgar Allan Poe e Anne Rice quelle che più facilmente risaltano tra le righe).
Ormai un veterano dell’ underground horror writing italiano, si conferma, con questo piccolo libro, un narratore estremamente interessante. Non perdiamolo d’occhio…
LORENZO NICOTRA: 42 Racconti del Fantastico, Magnetica Edizioni 2007
Titolo: 42 Racconti del FantasticoLa narrativa Fantastica, di cui il racconto è espressione fondamentale nella sua forma, è come una vasta e solitaria casa, le cui enigmatiche stanze celano arcani segreti, seducenti visioni e profondi misteri che sfuggono ad una prima e superficiale perlustrazione.
Il fine primario dei racconti Fantastici è quello di condurci sulla soglia di tali stanze e intravedere angoli inusitati, spazi inconsueti, luci e ombre agitate in un amalgama misterioso.
Il loro effetto e scopo è, più di ogni altra cosa, restituirci il Senso del Meraviglioso
Vetrina d’Autore: Andrea Borla
Dal 2002 collabora con Paravia Bruno Mondatori (Paramond) per le pubblicazioni rivolte alle scuole Nel catalogo Paramond è inoltre presente il volume “Sicurezza nei luoghi di lavoro” utilizzato dai docenti dei corsi post diploma.
Nel febbraio 2005 la Casa Editrice Il Foglio Letterario di Piombino pubblica il romanzo IN PRIMA PERSONA positivamente accolto dal pubblico e dalla critica. La seconda edizione del romanzo è stata pubblicata nel maggio 2007 in una versione riveduta e con una rinnovata veste grafica.
Nel febbraio 2007 la Casa Editrice Magnetica Edizioni pubblica il romanzo fantasy Rethor&Lithil – Il preludio Il romanzo rappresenta lo sviluppo di un progetto di diffusione di racconti su internet avviato un anno prima. Il capitolo intitolato La via carovaniera del nord è stato inserito, sotto forma di ipertesto, nell’ambito del progetto ALICE per l’insegnamento dei principi della qualità nelle scuole medie inferiori. L’iniziativa, cofinanziata dalla Camera di Commercio e dall’AICQ, è stata presentata nello stand del Ministero dell’Istruzione al Salone del Libro di Torino 2006.
Nell’aprile 2007 la Casa Editrice Nicola Pesce pubblica il romanzo ODIO Il volume è stato selezionato nell’ambito del concorso letterario DUCAS.Nello stesso periodo Nicola Pesce Editore pubblica inoltre Decadence – Immagini introverse, una raccolta di versi di Luigi Sperduti con prefazione di Andrea Borla.Altre pubblicazioni e attività letterarie:
- è curatore della rassegna letteraria Romanzi che conducono altrove, incentrata su testi di genere fantastico;
- è membro della giuria del concorso letterario Goblin4Africa;
- è membro della giuria del concorso letterario “Ferrara&Ghost” promosso dalla Casa Editrice Ferrara in collaborazione con Club Ghost.

Titolo: Rethor&Lithil – Il preludio
La quarta di copertina
Nel continente di Daviria due regni si sfidano da centinaia di anni per la supremazia: la Repubblica di Lithil, retta da un Consiglio di dodici membri e votata allo studio della magia, e il Regno di Rethor, una monarchia che ha da sempre dato impulso allo sviluppo delle scienze e della tecnologia.Dopo un susseguirsi di guerre che hanno quasi distrutto completamente i due regni, Rethor e Lithil vivono un periodo di convivenza apparentemente pacifica. Le tensioni si concentrano sul controllo delle risorse e delle fonti di energia e sfociano in piccoli scontri in ambiti molto ristretti o sulla via carovaniera che corre lungo i confini con i regni del nord.
L’ago della bilancia sembra tuttavia pendere verso Rethor, grazie alla creazione di armi rivoluzionarie di incredibile potenza e in grado di annullare la magia. Un eterogeneo gruppo di eroi provenienti da Lithil cercherà con ogni mezzo di ribaltare la situazione a favore del proprio regno, trovandosi anche ad affrontare i pericoli derivanti dalla riscoperta delle arti oscure.
Il preludio è un romanzo di racconti, un viaggio nel mondo fantastico di Rethor&Lithil, dove la contesa del potere si intreccia con l’eterna lotta tra monarchia e repubblica, tra tecnologia e
magia, tra sogno e razionalità.
Dopo un susseguirsi di guerre che hanno quasi distrutto completamente i due regni, Rethor e Lithil vivono un periodo di convivenza apparentemente pacifica. Le tensioni si concentrano sul controllo delle risorse e delle fonti di energia e sfociano in piccoli scontri in ambiti molto ristretti o sulla via carovaniera che corre lungo il confine con i regni del nord.
L’ago della bilancia sembra tuttavia pendere verso Rethor, grazie alla creazione di armi rivoluzionarie di incredibile potenza e in grado di annullare la magia. Un eterogeneo gruppo di eroi provenienti da Lithil cercherà con ogni mezzo di ribaltare la situazione a favore del proprio regno, trovandosi anche ad affrontare i pericoli derivanti dalla riscoperta delle arti oscure.
Andrea Borla ci apre le porte di un mondo in cui il confine tra bene e male non è mai ben delineato, in cui intrighi e macchinazioni sono in grado di corrompere anche i migliori intenti. Ne Il preludio il fantasy assolve al suo compito primario: diventa metafora di concetti molto più profondi e mette in luce una realtà che va ben oltre alle vicende narrate.
Sarà il lettore a dover rispondere a un inquietante interrogativo: chi riuscirà a prevalere quando il conflitto tra Rethor e Lithil esploderà in tutta la sua violenza distruttrice?
ALEX CENZATO: Downtown Blues, Magnetica Edizioni 2007
Titolo: Downtown Blues
Vetrina d’Autore: Marco Milani
Marco Milani è il webmaster di DOMIST.net – Letteratura e Pace, nel cui ambito collabora con varie associazioni, editori, e-zines e siti. Ideatore del Progetto Letterario Internazionale, è tra i fondatori della rivista NeXT e del movimento Connettivista.E-writer e scrittore principalmente di fantastic, science-fiction e horror, ha pubblicato finora in rete, in alcune antologie e tre libri: ‘Sognando e dintorni’ (Prospettiva – 2004) in un progetto con Peacelink a sostegno di Amani for Africa; ‘HSF’ (Prospettiva – 2005); ‘Il guerriero di luce’ (Larcher – 2006) aderendo alla campagna di Greenpeace.Insieme ad Alda Teodorani ha curato il progetto letterario NOIR NO WAR (2005) per la Giulio Perrone Editore, cui hanno partecipato vari autori, tra cui Valerio Evangelisti, per aiutare Emergency.Home personale: www.domist.net/marcomilani Siti: www.domist.net - www.next-station.org
La drammatica serietà della vita sulla punta di un sorriso, anche quando il sorriso non ha posto tra le storie proposte. Dalla ScienceFiction più tecnologica alle favole per bambini, di quelle che fanno piacere anche agli adulti perché il sapore che rimane sulle labbra sa di onirico, di fantasia, di un sogno.
La visione del mondo vi apparirà, dopo l’ultima pagina, tutto sommato la stessa ma depurata, arricchita da una filosofia che richiama alla mente filamenti orientali, come se il senso zen delle cose vi avesse non rapito, ma si fosse intrecciato con i vostri pensieri, con la vostra anima
Recensioni
Quattordici racconti, quattordici storie diverse unite da una sola dinamica prospettiva: l’Evoluzione.
Nella sua ultima fatica fanta-letteraria Marco Milani, ormai al suo quarto libro, propone un mondo del tutto nuovo sconvolto, a tratti, da una perduta umanità il cui ricordo costituisce uno stimolo verso una vita diversa da quella vissuta dai suoi protagonisti, un’ancora di salvezza per non soccombere. Il libro è dominato da un’Evoluzione che non è solo tecnologica ma è anche un’Evoluzione di pensiero, di sentimenti e di interpretazione nei riguardi di vecchie e nuove credenze che, tutto sommato, si rivelano meno spaventose di quanto impone l’abituale concezione imposta dall’immaginario collettivo.
Sempre caratterizzati da una sottile vena ironica, anche nelle situazioni più drammatiche, gli scritti di quest’autore sono semplici, lineari e “si fanno leggere” senza intoppi o complicati giri di parole regalando, a chi inciampa fra le sue pagine, piacevoli momenti di parole fluide e scorrevoli che descrivono paesaggi irreali e personaggi folli dotati, però, di forza interiore e idealismo.
Scaturiscono, attraverso il libro, gli influssi Zen tipici dello stile narrativo di Milani.
Il senso della vita e il “saper vivere”appaiono intinti nei colori di una filosofia attenta alla riscoperta del delicato gusto per le piccole cose, quel dettaglio, a prima vista insignificante, importante per fare la differenza. L’esistenza di ogni creatura, umana e non, si trasforma, muta l’aspetto e gli obiettivi da perseguire acquisendo la sua vera e unica ragion d’essere.
In completo accordo con i contenuti dell’antologia è la copertina, anch’essa opera dell’autore, originale e dall’impronta puramente futuristica.
Colori a contrasto, caldi e freddi, si alternano su sfondo bianco schizzato da tratteggi semicircolari attorno alla figura centrale a metà strada fra un disegno astratto e un geroglifico proveniente da un altro pianeta. A dar luce all’insieme una fiamma. Forse è il fuoco che alimenta il progresso, distruttivo, al contempo. Forse è il fuoco che arde in tutti coloro che amano scrivere.
Cinzia Ceriani
L’intervista di Monia Milani (www.nuoviautori.org)
Non sarà facile “presentarvelo tutto”, ma ci provo…
Marco Milani “E-Writer & Writer” è nato a Como il 5 maggio 1964.
Oggi residente a Stienta in provincia di Rovigo. Ideatore di PROGETTO LETTERARIO INTERNAZIONALE. Partner con il network KAOSKULTURE il blog CYBERGOTH e con il progetto SITINSIEME. Collabora con i siti:
PEACELINK LIBRERIADONNA CLUBGHOST PAGINAZERO PROGETTOBABELELANKELOT OD@P. Dice di sé che è uno “Scrittore per hobby o per il bisogno fisiologico di mettere pensieri su carta.”Dal 1991 scrive storie horror, fantascienza e fantastiche sotto forma di romanzi, racconti lunghi, brevi e microracconti. Come ci spiega lui stesso: anomalo, orrore e fantastico, questi sono i generi primari in cui si ritrova, non solo a scrivere ma anche come lettore. Nel marzo 2002, si imbatte per caso in un sito che trattava di horror, il ClubGHoST, dove si potevano pubblicare i propri racconti se la redazione li riteneva idonei….Ma facciamocelo raccontare da lui: “In quel momento è scattato qualcosa è la domanda è sorta spontanea: i miei saranno ‘idonei’? La risposta fu si. Da allora ho tirato fuori tutta la mia roba da dentro al fantomatico cassetto, con il proposito di tirare le somme su dieci e passa anni di attività scrittoria e darle un senso logico. La pubblicazione. Quindi, era giunto il momento di darsi da fare. Ad ottobre 2002 il primo resoconto: 11 racconti pubblicati on-line in 10 diversi siti, 2 sono finiti su fanzine, 6 sono diventati una raccolta in E-book. 4 siti mi hanno detto che mi pubblicheranno e 6 siti non mi hanno neppure risposto. Un secondo E-book sta per uscire, 3 racconti dovrebbero finire su fanzine diverse. Ho due romanzi in stesura e qualche racconto da sistemare. Iniziano le collaborazioni con Clubghost, Paginazero, Digitarte. La corsa è partita e in ogni caso, mal che vada, mi sono fatto il sito ad hoc (meglio prevenire…) domn-mistic-on the horror, fantastic and sf site.” Il 1 Giugno 2003 DOMN-MISTIC-ON da “sito per caso” si trasforma in DOMIST.net- Letteratura e Pace. Sito ‘serio’ con una redazione, un dominio con spazio illimitato, idee da sviluppare. Qualcuno (S.B.) ha parlato di portale…E c’è anche AMANI for Africa. A Settembre 2003 inizia la collaborazione con PROGETTO BABELE, ovvero nasce ZONA D, tra horror e fantascienza appuntamento fisso sulla rivista on line con racconti a articoli a cura di DOMIST.net. Gennaio 2004 parte PROGETTO LETTERARIO INTERNAZIONALE, la prima idea balzana che diventerà un qualcosa di grande. Autori che si traducono a vicenda, siti in interscambio, collaborazioni in ambito letterario, di letteratura e pace e letteratura d’immigrazione, in un immenso calderone autogestito e completamente no profit. 23 Febbraio 2004: l’esordio cartaceo, esce il suo primo libro “Sognando e Dintorni” una raccolta di 10 racconti di genere fantastico, pubblicato da Prospettiva Editrice. N.B. Tutti i diritti andranno a sostenere Amani for Africa per aiutare il centro di Kivuli. Maggio 2004. Segnalato al concorso FANTASCIENZA E DINTORNI con il racconto “Chi sono io?” Ha scritto centinaia di poesie sin dalla cosiddetta “fase da crisi adolescenziale” come succede a tanti, ma ancora ogni tanto mette “nero su bianco” qualche verso. Strada facendo ha attraversato il periodo umoristico, con storielle comiche, e “raccolte infinite di battutari”, come le definisce lui. Adora Tolkien, Asimov, Brooks, King, Barker e Lovecraft. Oltre alla narrativa si interessa di testi di ufologia, misteri, archeologia spaziale, parapsicologia, storia alternativa. Gli piace, anzi lui afferma “sono fanatico di musica, specialmente hard & metal e dei favolosi gruppi big rock di qualche anno fa.” Tutto ciò che è alternativo, diverso, orientale o fuori norma rientra nei suoi interessi e stile di vita, tanto da farlo diventare maestro di arti marziali e reikista.
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1) ”Stimatissimo” Marco ho letto la tua estesissima Biografia e Bibliografia, e per ogni singola riga ti porgo i miei più vivi complimenti! Vorrei iniziare proprio dal tuo libro “Sognando e Dintorni” e non solo perché abbiamo lo stesso Editore alle spalle… Ma perché proprio come dice Carlo Gubitosa nella sua presentazione al tuo, aggiungo io “capolavoroi di intenti”, su Peacelink “questo libro non è una semplice raccolta di racconti, ma un tentativo di cambiare il mondo con la parola scritta. Non si tratta solamente di sostenere progetti di solidarietà con l’Africa attraverso i diritti d’autore…” Da dove questa encomiabile idea?
Da dove? Non mi ricordo. Ma in ogni caso, perché no? Non sono certo le cifre ‘astronomiche’ dei diritti d’autore di un libro che ti possono cambiare la vita.
Però mi ricordo che avevo fatto un pensiero, ovvero vista come funziona l’editoria c’era il rischio che il primo libro fosse anche l’ultimo. Perlomeno doveva servire a qualcosa, essere utile nel suo ‘piccolo’.
2) Hai fatto, detto e scritto tantissimo, eppure ti autodefinisci “Scrittore per hobby o per il bisogno fisiologico di mettere pensieri su carta.” Altresì leggo che hai iniziato a scrivere nel 1991: come e perché è nato in te questo “bisogno fisiologico” di mettere nero su bianco?
Nessun motivo specifico, illuminazione o altro. Come scegli di fare uno sport invece di un altro perché hai provato e ti piace, ho iniziato a scrivere, mi è piaciuto tentare di dare forma scritta alle mie storie e ho continuato.
3) La tua passione per testi di ufologia, misteri, archeologia spaziale, parapsicologia, storia alternativa e la tua “adorazione” per autori come Tolkien, Asimov, Brooks, King, Barker e Lovecraft: ti spingono ad ispirarti a qualcuno in particolare, quando scrivi di anomalo, orrore e fantastico?
Esperienze e letture si immagazzinano in testa come in un database, quando poi scrivi è da lì che attingi obbligatoriamente. Quindi tutto e niente, tutti e nessuno.
4) Chiederlo ad un “super creativo” come te mi sembra banale e scontato, però sono curiosissima, occupandomi tra l’atro, anche io da scrittrice e non da intervistatrice degli stessi temi da te affrontati: Progetti futuri? A quando il tuo nuovo libro? E soprattutto come si intitolerà, di cosa tratterà? Puoi dircelo in anteprima?
Diciamo che dipende dagli editori e non da me. Ho proposto il secondo a Prospettiva, 200 pagine di racconti più o meno horror dal titolo: HFS, sono in attesa. Inutile dire che ne altri quattro quasi pronti, in tredici anni se ne scrive di roba, anche a tempo perso.
Altri progetti? Con il sito di letteratura e pace ne ho avviati alcuni abbastanza impegnativi e altri arriveranno, col tempo e aiuti esterni. Hai tempo di darmi una mano? Qualcosa da fare te le trovo…
5) Da addetto ai lavori, e da fermo seguace dei miei stessi interessi culturali e non solo letterari, anche se qualcuno ci prova ancora a far passare “l’Archeologia impossibile” per “letteratura del fantastico”, o ancor peggio “leggende metropolitane” mi preme chiederti cosa ne pensi degli O.O.P.arts (out of place artifacts)? A tuo avviso chi erano i semidei? E’ esistita veramente una civiltà simil Atlantidea, spazzata via da un possibile cataclisma, tipo Diluvio Universale? In definitiva da dove arriviamo veramente noi? La storia è tutta da riscrivere?
Non ritengo importante sapere esattamente chi erano i semidei. Sono come la formica cui non interessa se il piede che la vuole schiacciare è di un bambino italiano o di un monaco cinese, ma solo non venire calpestato da quell’affare gigantesco che si muove e nemmeno ti considera.
Diluvio? Quale dei cinque ultimi documentati?
Da dove arriviamo? Non pensiamoci più di tanto, pensiamo al presente. Alla fine torneremo là, da dove siamo partiti e avremo la risposta.
Diciamo che ‘questa’ storia non è proprio il massimo di corretta esposizione dei fatti. Ma la mia è solo un’opinione istintiva.
6) Ritornando alle tue opere: hai scritto anche E-Books, come “Baby red” e “i meccatronici”, hai pubblicato su fanzine, riviste elettroniche, progetti multimediali stanzadeigiocattoli n°5, summer lovin’, PROGETTO BABELE 4, CYBERGHOST VOLUME 1,ed altri. A questo punto è lecito chiederti: preferisci gli strumenti infiniti e sempre disponibili (in un certo senso…) del w.w.w. o la carta stampata, per veicolare le tue idee?
Preferisco la carta stampata ma anche il www mi sta benissimo, lì c’è una parte di futuro. E poi mi sono fatto apposta il sito ad hoc così non devo correre dietro a nessuno J
7) In linea con la precedente domanda come vivi il lavoro che un Editore fa per un suo scrittore? L’interesse riversato su un esordiente, seppur bravissimo, è giusto, scarso o per niente da prendere in considerazione?
C’è editore ed editore, ma in ogni caso l’editore svolge il suo lavoro e va per la strada che si è scelto, e a volte l’esordiente rientra in questo percorso.
8) Dopo la “crisi adolescenziale” come l’hai definita tu: hai più ripreso in mano la “tua penna da Poeta”? La poesia è stata una parte importante della tua vita o solo un momento passeggero di confidenze in rima con il foglio bianco davanti a te?
Per me la poesia è solamente il risultato di uno sfogo momentaneo, ma non sono un poeta e non me ne intendo per niente. L’unico paletto che mi sono messo è quello di non farle in rima nel modo più assoluto. Non me ne vogliano i poeti veri e infatti vi ho quasi rinunciato completamente.
9) A quando leggeremo il tuo nome scelto “dagli amici della domenica” ed annunciato ad uno dei futuri “Premio Strega”? (questo naturalmente è il mio personale augurio!) Credi nei concorsi Letterari piccoli o grossi che siano?
Credo mai. Grazie comunque dell’augurio, che ricambio prontamente.
Adesso proverò a fare qualche concorso e poi vedrò se ne avrò una qualche utilità. Finora ho partecipato solo ad uno.
10) L’ultima classica domanda che pongo agli autori che ho avuto il piacere di intervistare: dopo che tanta acqua è passata sotto il tuo personalissimo ponte letterario, cosa ti senti di consigliare ad un esordiente? Un giovane, magari di grandi speranze, che si accinge volenteroso ad entrare in questo “mondo della parola scritta”?
Armati di pazienza, vai per la tua strada, ascolta i consigli di chi credi i consigli te li possa dare.
Grazie per l’intervista
Vetrina d’Autore: Maurizio Cometto
Maurizio Cometto è nato a Cuneo il 29.09.1971. Ha pubblicato la raccolta di racconti “L’incrinarsi di una persistenza” (Il Foglio 2004), il romanzo “Il costruttore di biciclette” (prefazione di Valerio Evangelisti, Il Foglio 2006) e il racconto lungo “Il distributore di volantini” (Magnetica Edizioni, 2006). Sempre per Il Foglio ha curato l’”Antologia del Fantastico Italiano Underground” (prefazione di Valerio Evangelisti, 2006). Vive a Collegno.

L’intervista all’ autore
( da www.mangialibri.com)
Cos’ è la paura per te? Qual è il tuo approccio al raccontare horror, se di horror in senso stretto si può parlare?
In realtà non mi pare che si possa parlare, nel mio caso, di “horror”. Preferirei il termine “fantastico”, che sento più affine. Il mio approccio al “fantastico” è di tipo espressivo e psicologico. Espressivo perchè il fantastico permette una maggiore libertà, una possibilità di “scartare”, durante la narrazione, andando a trovare a volte significati e connessioni che approfondiscono il testo. Psicologico perchè il più delle volte questi scarti, queste maggiori prodondità, questi significati, hanno a che fare con la psicologia dei personaggi, delle situazioni, delle relazioni. Le situazioni fantastiche, per dirla tutta, non nascono quasi mai “a tavolino”, ma durante la narrazione, e vengono da una parte di me non del tutto razionale (diciamo pure dall’inconscio). Sono una sorta di punto di incontro tra ciò che sto narrando e ciò che sento a livello inconscio di dover dire, e in genere quando “esplodono” mi creano un senso di “scoperta” e di “mistero”, che mi dà entusiasmo e mi spinge ad andare avanti per cercare di capire “cosa sta dietro”. Più che la paura, dunque, mi interessa suscitare un senso di mistero e di straniamento.
Sempre più spesso gli scrittori italiani rinunciano alle solite, stantie ambientazioni americane o esotiche per esplorare i ‘lati oscuri’ del nostro Paese, e tu non fai eccezione. Si può davvero fare paura attingendo alla tradizione culturale italiana?
Il far ricorso ad ambientazioni strane o esotiche penso sia riconducibile a un senso di “inferiorità” nei confronti dei modelli anglosassoni, che – bisogna darne atto – stanno all’origine della moderna narrativa di genere. Si ricorreva o si ricorre a tale espediente perchè si crede erroneamente che un testo horror o fantastico sia più credibile se ambientato all’estero piuttosto che in Italia, e questo semplicemente perchè migliaia e migliaia di storie lette o viste al cinema o alla TV sono prodotte e dunque ambientate in America o in Inghilterra. In realtà questo ragionamento finisce col rendere la storia meno credibile, anzi le conferisce il più delle volte una sorta di “puzza” di falso o di televisivo. Per fortuna in Italia autori come Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti o Massimo Carlotto hanno dimostrato che è vero il contrario. Secondo me vale la regola che bisogna sempre scrivere di cose che si conoscono bene, e questo si può dire a maggior ragione per l’ambientazione. E Baldini in particolare ha dimostrato perfettamente come si possa fare paura, e anche molta paura, attingendo alle tradizioni e al folklore nostrano. Penso che possa fare molta più paura una cosa che ti sta vicina e che credevi innocua, piuttosto che qualcosa di molto lontano fisicamente e psicologicamente…
Nelle tue storie la famiglia ha un ruolo estetico centrale: bambini, anziani, genitori, nonni. E’ una scelta precisa?
Me ne sono accorto anch’io. Non è tanto una scelta precisa quanto, credo, una scelta dettata dalla mia esperienza di vita. Descrivo personaggi e situazioni che mi sono familiari e su cui poi si innesca il fantastico (nota che più la situazione è banale, più il fantastico crea un effetto di straniamento). La scelta dei bambini è invece molto più conscia, direi quasi sempre voluta. Perchè i bambini hanno uno sguardo speciale sulla realtà, che permette di trattare le situazioni fantastiche senza doverle per forza “razionalizzare”. Il bambino è costantemente impegnato in un lavoro di “scoperta” della realtà, per cui ha uno sguardo più innocente, in grado di accettare anche ciò che per un adulto potrebbe essere inaccettabile. E poi i bambini danno sempre un senso di “favola”, che aiuta a costruire l’atmosfera.
Quali sono le traversie che uno scrittore esordiente o aspirante tale deve affrontare in Italia?
Dipende da quali sono le sue aspirazioni. Vuoi diventare famoso? Allora o conosci qualcuno di importante disposto ad aiutarti, o devi avere una botta di culo pazzesca. Ti accontenti di veder pubblicate le tue opere e di avere un pubblico di poche decine o centinaia di lettori? Puoi rivolgerti alle case editrici medio piccole, e in alcuni casi se sei bravo riesci anche a pubblicare. Ti interessa semplicemente vedere il tuo nome su un libro e hai soldi da spendere e non te ne frega niente di venire truffato? Ci sono le “case editrici” a pagamento. L’importante è sapere cosa si vuole e a cosa si va incontro, come in tutte le cose della vita. In generale in Italia la situazione mi pare abbastanza tragica, soprattutto per la narrativa fantastica. E’ poco considerata dagli editori, più ancora che poco letta. Figuriamoci poi un esordiente che scrive racconti fantastici. Ciascuna delle tre condizioni (esordiente-racconto-fantastico) presa da sola è già di per se stessa un handicap agli occhi di un editore. Per questo genere di scrittore la cosa migliore potrebbe essere farsi tradurre e provare all’estero. Francia e paesi anglosassoni danno maggiore spazio a questo genere e agli esordienti in generale, senza contare che propongono un pubblico molto più vasto ed attento. Non è bello da dire, però purtroppo è così.
Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione?
Tantissimi e di vario genere. Tra i classici: Cechov (il più grande autore di racconti), Maupassant, Bulgakov, Karen Blixen, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi… Gli argentini del fantastico, in particolare Borges, Cortàzar e Horacio Quiroga… Philip Dick… Tra gli autori contemporanei, mi vengono in mente Agota Kristof, Paul Auster, Jonathan Coe, Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti, Valeria Parrella tra i giovani, Lorenzo Nicotra e Vincenzo Spasaro tra i giovani che scrivono fantastico (nota che quest’ultimo, 3 volte finalista al premio Urania, curatore della collana “Fantastico e altri orrori” per Il Foglio, non ha ancora pubblicato un libro tutto suo…) E Richard Matheson, che ho scoperto ahimè solo di recente, ma che considero un grandissimo. E poi i gialli classici, di cui sono un fan; ritengo un genio John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa. E infine i fumetti: Carl Barks, Romano Scarpa, Martin Mystere, Neil Gaiman, Alan Moore… Insomma, leggo un po’ di tutto, non faccio distinzioni di genere. L’importante è che un libro mi piaccia. [david frati]

Titolo: Lo scaricamento della bara
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 978-88-89889-31-2
Prezzo: 6,50 €
Data di pubblicazione: maggio 2007 Genere: FantasticoDopo il fortunato Il costruttore di biciclette, Maurizio Cometto conduce nuovamente i suoi lettori a Magniverne, un piccolo paese di una provincia contadina dal forte sapore piemontese. E lo fa ricorrendo agli elementi che caratterizzano tutte le sue opere e che ritroviamo anche ne Lo scaricamento della bara (Magnetica Edizioni – 2007): la semplicità, il coinvolgimento, il fantastico e il senso della misura.Cometto dimostra, opera dopo opera, quanto è fuorviante scambiare semplicità con banalità. La sua prosa non si perde in arzigogoli o immagini ardite, non è contaminata da digressioni o incisi. È diretta, immediata, semplice in quanto facilmente accessibile, ma caratterizzata dalla capacità di coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine, costringendolo a restare attaccato al libro sino alla conclusione.
La semplicità di Cometto si ritrova anche negli elementi a cui ricorre nella costruzione delle sue storie. I personaggi sono normali, quasi consueti, inseriti in un contesto che appare incapace di trasformarsi nel teatro di avvenimenti degni di nota. Eppure è in esso che emerge, fortemente espressivo proprio perché inaspettato, l’elemento fantastico, l’alterazione della realtà che sposta l’interpretazione e la rappresentazione dei fatti su un binario parallelo.
Nella prefazione di Marco Capelli (www.progettobabele.it) bene si fa a indicare la peculiarità dell’approccio di Cometto al fantastico proprio nell’assenza di mostri lovecraftiani o della violenza di Barker: all’autore piemontese è sufficiente estrarre dal cilindro un semplice cellulare, un architetto appassionato di comunicazioni, la scoperta di un mezzo espressivo che diventa mania, per imbastire una storia che avvince e sorprende.
I personaggi che la interpretano, seppure non scandagliati a fondo nei recessi dell’animo, presentano tratti davvero peculiari, senza mai scadere nel grottesco o nell’esagerazione. L’Architetto Ego passeggia per i sentieri di campagna accompagnato dall’ex amante della moglie, ora diventato suo confidente, e manda in scena una particolare rivisitazione della sindrome di Stoccolma. Sua moglie Giacinta si sente nuovamente viva quando scopre di provare compassione per le sofferenze che la malattia infligge al marito. Giovanna, l’amica di Ego che “portava il quarantadue di scarpe, cosa di cui si vergognava un po’”, tesse con lui un rapporto di amore platonico e di confidenza. E così per le altre figure che si alternano raccontando al lettore cosa si prova nel ricevere un messaggio sul cellulare proveniente da una persona che è stata appena seppellita e che, dall’aldilà, mette a nudo i peccati e i sensi di colpa che affliggono l’anima di ognuno di noi.
Il volume proposto dalla Magnetica Edizioni è snello e di formato ridotto, elementi che ben si coniugano con la struttura dell’opera, in bilico tra il romanzo breve e il racconto lungo. Questa piccola casa editrice si conferma come uno dei (pochi) seri punti di riferimento per gli scrittori italiani che si affacciano o si addentrano in un genere così variegato come quello fantastico. E Cometto ha sicuramente un posto di tutto rispetto in mezzo a loro. (Andrea Borla)
Titolo: Il distributore di volantini
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 88-89889-06-3
Prezzo: 3,50 €
Data di pubblicazione: febbraio 2006Genere: Racconto del Fantastico
da: www.kataweb.it
Federico (o Ricu) e Angelina vivono il lieto fine grazie alle fiamme che avvolgono e fanno contorcere la nonna. E il distributore di volantini.
Il racconto Il distributore di volantini, recentemente ripubblicato (era infatti già stato pubblicato su rivista) in forma d’agile volumetto tascabile, riconsegna al lettore la cifra stilistica d’uno scrittore di talento assoluto che viaggia nelle spirali del fantastico. Un autore che fa della suspense materia messe nella prima parola scritta e tenuta fino a dentro l’ultima parola composta.
Questa figura nomala, il distributore di volantini, ha pezzi di carta rossi e piccole luci rosse in mano, ma potrebbe avere gli occhi rossi, oppure ce l’ha gli occhi rossi; occhi che danno i brividi. Esattamente come dovrebbero. Il distributore dei volantini è un tramite, e basta. Lui rappresenta una mediatore, uno che deve dare messaggi. Soprattutto alla nonna, che al termine dell’intensa opera cade nel buco bruciante delle rogo con egli stesso. In pratica, siamo davanti a una stravagante e fantastica in tutti i sensi storia d’amore.
Angelina, la bella ragazza che vaga per le strade d’una Cuneo molto imbiancata dal naturale, incontra o deve per forza incontrare il suo Federico, il ragazzo che la libera dalla schiavitù di stare in un limbo per nulla accogliente. Il limbo sa di spiriti, eccetera. Allo stesso modo, ci sta il passaggio nelle memorie sempre della nonna, che arriva al punto di mettere in campo una specie di rito per mettere pace nell’organismo dell’angelo Angelina. Il passato della nonna di Ricu entra prepotentemente nel presente dell’affezionato nipote. Un giovane studente che insegue la grazia di quella “studentessa” particolare che li fa perdere il senno.
Per chi cercasse del sentimentale, nonostante queste premesse, stia alla larga da questo nuovo volume di Maurizio Cometto. Questo scrittore non ha soltanto tantissimo talento e la forza d’arrivare in fondo a cioè che dice, toccare il nucleo con leggerezza, senza stancarsi minimamente. Questo scrittore è anche dotato d’una capacità di cogliere il ritmo da posizionare sotto il sedere della sua narrativa. Le frammentazioni posizionate esattamente dove devono essere posizionate, all’interno dei paragrafi, fungono da ulteriore strumento che rende grazie al battere e levare delle vicende dettate da Cometto. Una prova importantissima, questa. E’ il momento di fare attenzione a quello che fa Maurizio Cometto, molta attenzione.
Nunzio Festa
Il distributore di volantini è un breve racconto che si divora in meno di un’ora e che tiene incollati alla pagina sino a un incredibile finale (che non svelo), tra personaggi che sembrano uscire da un sogno, ma che l’autore rende vivi e concreti dipingendoli con tratti realistici. La figura del distributore di volantini che consegna i suoi incredibili messaggi sotto la neve di Cuneo, la nonna che racconta una storia surreale e rievoca vecchi tempi fatti di rimpianto, Federico e Angelina che vivono un’avventura incredibile a metà strada tra l’onirico e il misterioso. Non si può raccontare la trama di un racconto che dura lo spazio di una lettura serale ma che ricorda le pagine del miglior Buzzati. La trama è ben costruita, surreale ma credibile, l’ambientazione tra le valli e la neve di Cuneo ben fatta, i caratteri dei protagonisti delineati a dovere. Le favole della nonna parlano di anime peregrine, che stanno al confine tra il mondo della materia e il mondo dello spirito e i ragazzi devono fare i conti con un’incredibile realtà. Non vi dico altro. Se vi ho incuriosito abbastanza ordinate il libro. Costa meno di un gelato.
Gordiano Lupi
Recensioni: Il caso Maurizio Cometto
di Valerio Evangelisti
Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto. Naturalmente farei torto a molti altri scrittori, come sempre capita nel caso di domande del genere. Sono tantissimi gli autori nostrani, specializzati nel fantastico in tutte le sue varianti, bravi o bravissimi, ma Cometto mi è particolarmente gradito. Un piacere particolare, nel fare quel nome, mi viene dal fatto che è conosciuto da pochissimi. Averlo scoperto è un merito della casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Forse non sono del tutto d’accordo (in parte sì) con Gordiano sulle sue valutazioni su Cuba e su certi miei colleghi. Ma su Cometto non si discute: un fior di scrittore, e averlo reso noto, sia pure a un numero circoscritto di lettori, e scommesso su di lui, è stata una dimostrazione di fiuto e di buon gusto.
Perché Cometto mi piace tanto? Per la sua grazia, per la semplice eleganza della sua prosa, trasparente e fine. Per il tono trasognato che mi ricorda tanto Enzo Fileno Carabba, un altro dei miei scrittori preferiti. Per la difficoltà a inquadrarlo in un genere definito.
Ho già parlato di Cometto in occasione dell’uscita del suo romanzo Il costruttore di biciclette, e non sto a ripetere il giudizio espresso allora (vedi qui). La linearità di quella “piccola” storia mi sembra esemplare. Era in apparenza un horror, addirittura lovecraftiano, eppure lo trascendeva. L’accento era piuttosto sul bizzarro che emergeva, poco alla volta, dalla quotidianità. Senza effettacci né forzature: per tocchi lievi. Come Jonathan Carroll nelle sue migliori prove.
Cometto pare portato alle “piccole storie”. Tra le sue cose migliori più recenti ci sono dei racconti di poche pagine pubblicati dalla casa editrice Magnetica: Lo scaricamento della bara e Il distributore di volantini. Vale la pena di leggerli, soprattutto il secondo. Pochi euro permetteranno un godimento illimitato. L’horror c’entra solo in parte, e serve unicamente a garantire un’etichettatura. Lo sfondo è totalmente onirico, gli sviluppi imprevisti. La prosa, di un’eleganza raggiunta da pochi.
Qualcuno si chiederà quali vantaggi mi derivino dal tessere questa apologia di Cometto. Non molti: ignoro chi sia (so solo che è piemontese, di Collegno), quando sia nato, cosa faccia per campare. Ma davanti a uno scrittore della sua finezza e del suo umorismo, un atto è dovuto: togliersi il cappello.
Editori in cerca di talenti, siete avvertiti.
Vetrina d’Autore: Nazareno Barra
Titolo: Il violinista (storia di vocazioni)
Autore: Nazareno Barra
ISBN: 88-89889-11-X
Prezzo: 13,00 €
Data di pubblicazione: giugno 2006Genere: Romanzo horror“AVVISO IMPORTANTE: Alcune scene e alcune situazioni descritte all’interno della presente opera, potrebbero urtare la sensibilità del lettore”da: www.operanarrativa.com

Spagna, fine 500. Due fratelli, Antonino e Giacomo, loro malgrado si ritrovano risucchiati in un perverso piano che Satana prepara dalla notte dei tempi. Inconsapevoli, si ritroveranno l’uno nemico dell’altro. Antonino, ammaliato dal demonio innescherà, attraverso il violino, strumento quasi sconosciuto all’epoca, un vortice di eventi violenti, un crescendo di efferatezze, una strada di cui nemmeno il proprio artefice conosce la fine. Giacomino, che da bambino sente la chiamata di Dio, combatterà l’errore eretico con energia, mentre le sue credenze saranno messe a dura prova dall’apparizione di una donna che sembra essere arrivata da altri tempi.
Lo scacchiere è pronto. L’eterna lotta tra Bene e Male ha inizio.
Il romanzo di Nazareno Barra è un’opera alquanto particolare, una fresca novità sul perenne conflitto tra Dio e Satana o tra il Bene e il Male, in una precisa e affascinante cornice storica. Sembrerebbe una storia “classica” del genere, ma in realtà la vera grandezza dell’autore sta nell’ aver posto le due Entità su un piano parallelo, in quanto nella loro dimensione umana, sono entrambe destinate a soccombere. A ben vedere si potrebbe pensare che Mino,il sacerdote di Dio, prevalga su Nino, il fratello sacrilego, quando gli dà l’assoluzione per tutti gli omicidi e le violenze commesse. Nino, però, riesce a sopravvivere al fratello, sia pure per poco, facendo vibrare ancora una volta le corde del suo micidiale violino, prima della sua stessa tragica fine.
È, comunque, un romanzo che fa riflettere e che, dal punto di vista narrativo, si presenta interessante,nonostante talune descrizioni a volte cruente. Sicuramente potrebbe provocare scalpore e perfino dissenso tra alcune fasce di lettori “ortodossi” e poco inclini a una narrativa “estrema”, ma personalmente mi è piaciuto, è scritto molto bene e fa pensare.
In ultima analisi, personalmente penso che la Chiesa dovrebbe temere più questo giovane autore che Dan Brown, poiché qui i principi cristiani vengono criticati e messi in discussione su un piano squisitamente teologico e non su basi pseudo-storiche.
Melanie
da: vassane.splinder.com/archive/2006-12 – 59k
Oggi ho finito di leggere un romanzo di un giovane scrittore napoletano. Il libro in questione si intitola Il violinista, storia di vocazioni è il sottotitolo, frutto, da quanto si può capire nell’introduzione dell’autore, del ritrovamento di antichi manoscritti incompiuti a cui lui si è impegnato a dare completezza assorbendoli in un’opera personale. 280 pagine (in numeri romani) fitte di avvenimenti e personaggi che ruotano attorno a una partita a scacchi (anche se di scacchi qui non si parla) tra Dio e Satana. Un gioco crudele perché vede impegnati, su opposti fronti, Mino e Nino (poi frate Giacomo e Antonino), fratelli di sangue. Se il primo sente la chiamata di Cristo e sceglie di prendere i voti, l’altro viene avvicinato dal demonio – qui raffigurato come un uomo in nero – nella campagna fuori dalla tenuta del padre vinaio, e viene iniziato alla musica del violino. Si sa che a questo strumento in particolare veniva attribuito un suono diabolico, e in una storia ambientata nella seconda metà del ‘500 non si sa ancora niente della sua musica, tanto che la Chiesa lo ricoprì subito di invettive impietose. E forse non si sbagliava, almeno a giudicare dal romanzo, visto l’uso che ne fa Nino una volta che ne apprende il sinistro potere, stringendo un patto con il Male e facendosi suo campione. Giacomo è vittima spesso di visioni e percezioni che lo mettono in guardia dal fratello, vive profonde crisi di coscienza che lo trasformeranno nell’arco della vicenda, facendogli assumere il titolo di Inquisitore Supremo, cioè uomo di punta nella lotta all’eresia. E qui l’eresia non risparmia, si veste dell’ignoranza del popolo e distrugge, saccheggia, dissacra chiese e monasteri, diventa un’orda barbarica che sembra inarrestabile e contro cui non esistono difese. A guidarla il Maligno pone Nino, da tutti conosciuto come il Violinista. La musica può arrivare ovunque, dicevano Mime e Syria, ne “I Cavalieri dello Zodiaco”, e lo ribadisce Antonino suonando il suo violino, usando la sua musica maledetta per decapitare, mutilare, bruciare. Nessuna armatura può resistergli, neanche intere legioni, e più il tempo passa più il suo potere si accresce, parallelamente alla sua sete di dominio. Le pagine scorrono veloci, la storia procede a ritmo sostenuto e sa tenere viva l’attenzione e l’attesa, con un buono stile narrativo e delle ottime idee. È forse nelle ultime trenta pagine che il tono si abbassa, compare una figura che l’autore punta a rendere centrale, forse un po’ in ritardo, rischiando di sparagliare le carte. Un buon libro, dunque, di sicura presa, ma con due difetti fondamentali: l’eccessiva efferatezza delle scene, che finisce spesso con l’essere immotivata, fine a se stessa; e poi il finale, un po’ frettoloso e scialbo, buonista dopo pagine e pagine prive di ogni intento edificante. Per contro l’abilità dell’autore è indiscutibile, alcuni capitoli sono da maestro, il fascino morboso del male richiama alla mente il Dracula di Bram Stoker e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Ad esso Barra oppone la luce incarnata da Cristo e Socrate: santità e ragione per sconfiggere l’oscurità e l’oscurantismo.
Un’altra bella recensione è sul sito: www.progettobabele.it
Affiora subito alla mente del lettore più attento e appassionato il riferimento a Wilde e al suo Il ritratto di “Dorian Gray. Il protagonista, infatti, sembra molto simile ad Antonino, uno dei personaggi centrali del romanzo di Nazareno Barra. Stessa sete di potere; stessa voglia di cambiare, con l’aiuto di una forza superiore, il naturale evolversi della propria vita; stessa moneta di scambio, l’anima; stessa arrendevole presa di coscienza e stessa inesorabile sorte. In questo suo primo libro l’autore tocca un argomento caro non solo alla letteratura ma anche all’uomo e al suo fondamento esistenziale. Si tratta dell’ennesima battaglia tra bene e male, la costante intromissione di Lucifero nella vita delle persone, quel tarlo che s’insinua nella mente a suon di musica affrontato, però, questa volta, da prospettive in parte nuove e in parte conosciute e, forse deliberatamente, ignorate dalla carta stampata. L’ambientazione di Il violinista non è semplice, occorre ritornare indietro di almeno cinque secoli e ripercorrere gli anni più oscuri della storia d’Europa, e della Spagna in particolare, quando a comandare era l’inquisizione, quando era sufficiente dire una parola di troppo per finire sul rogo. Alcuni importanti dettami della chiesa medievale vengono messi in discussione, mentre i preti-giudici, semplici uomini che in nome di Dio si arrogano il diritto di decidere della vita e della morte forti di parole che Dio stesso non ha mai pronunciato, vengono, invece, sottoposti a dura prova da un antico filosofo, la cui collocazione all’interno della storia pare del tutto inappropriata e fuori luogo, che ha fatto della sua ignoranza la fonte della sua saggezza. Egli è la vera coscienza di tutto il romanzo, l’”indicatore di direzione”. Solo alla fine il lettore capirà la sua importanza e l’originalità di tale scelta narrativa da parte di Barra. Una lotta fratricida inconsapevole sorretta da un ritmo incalzante, mai noioso e sempre adatto alla scena descritta. Le pagine scorrono veloci caratterizzate da uno stile semplice, moderno, vicino sia a chi legge che al periodo storico della vicenda. Tragico, come in fondo è giusto che sia, il finale. Il millenario scontro fra il diavolo e il suo antagonista non prevede vinti ne vincitori. Non ammette compromessi. Le due estremità si equivalgono. Si annientano per ricostituirsi a vicenda perchè una senza l’altra non ha motivo di essere. Rimane la tristezza. Lo sconforto di due fratelli che non hanno saputo amarsi, cercarsi, completarsi.
(da: www.www.intercom-sf.com )
A prima vista, questo romanzo che sta riscontrando numerosi favori di critica e di pubblico, in special modo in Campania – anche se è riuscito a varcare i confini regionali – può sembrare l’ennesima storia sulla lotta tra bene e male, ma, partendo da una trama battuta, già dalle prime pagine regala una visione alquanto originale della materia. L’aver posto le due entità sullo stesso piano – non a caso i due protagonisti,

Nino e Mino, hanno un nome simile – porta spesso a confondere chi stia dalla parte del giusto e chi no, fenomeno questo riscontrabile anche per i personaggi secondari. Nessuna netta separazione tra bianco e nero, solo innumerevoli sfumature di grigio dove i protagonisti, principali e non, si muovono. L’aver reso tutti i personaggi con una forte caratterizzazione psicologica, sovverte le convinzioni comuni, accendendo interrogativi ritenuti impossibili su certe tematiche.
Questo libro classicheggiante ci consegna una Spagna di fine ‘500 dove l’ordine naturale delle cose è sovvertito – si vedano le nevicate in estate seguite dal caldo torrido – senza che gli interpreti della trama possano far nulla per contrastarlo (a tal proposito, si vedano i frati domenicani cantare il Salve Regina ai vespri e non a compieta), quasi specchio della moderna società.
Altra inaspettata preziosità, un novità assoluta per il genere, è l’aver inserito all’interno de Il Violinista un vero e proprio dialogo platonico, scritto con padronanza e cognizione di causa, una chicca che non può fare a meno di sorprendere il lettore e indurlo a riflettere.
Questa opera, con la sua violenza intrecciata alla poesia e a riflessioni filosofiche, è una boccata d’aria fresca su un genere talvolta troppo ripetitivo. Nazareno Barra, grazie a questo romanzo, ogni settimana riceve nuovi attestati di stima entusiastici sul suo sito www.nazarenobarra.com, dove, tra le altre cose, vi sono pubblicate alcune poesie davvero incantevoli e la prima parte di un racconto che sarà presentato a puntate.
Il consenso cresce intorno a questo giovane scrittore, tanto che, nella sezione Horror del sito www.operanarrativa.com, Il Violinista campeggia al primo posto, davanti ai libri di autori affermati e famosi.
Nel prossimo futuro, vi sarà anche la presentazione ufficiale del suo libro sul territorio di Afragola e certamente non mancheremo di avvisare i nostri lettori.
Se siete amanti del genere, affrettatevi a procurarvi Il Violinista – Storia di Vocazioni, per intraprendere un viaggio sconvolgente in un mondo vivido, quasi reale.
Pubblicato su Articolo1 del 17 dicembre 2006
RECENSIONE
di Claudia Bordin
Io questo libro l’ho letto. Un horror a cui la definizione sta molto stretta, mi spiego: ci sono si elementi prettamente caratterizzanti di tale genere letterario, ma qui siamo di fronte ad un opera di fantareligione e fantastoria, il tutto condito da un riflessioni morali e religiose.
Lo stile, anche se ricercato, è molto scorrevole. Un climax, cresce pagina per pagina fino ad un finale mozzafiato – con una chicca inaspettata – ed è molto cinematografico con continui cambi di scena.
Vi sono scene prettamente violente. Qualcuno potrebbe trovarle fastidiose o estremamente sadiche, ma tant’è! Per me servono a caratterizzare la storia!
Consigliato a chi è in cerca di forte emozioni senza nulla togliere alle riflessioni cui il romanzo induce.
Da: www.moniadibiagio.mastertopforum.com
Il Violinista è stato segnalato tra i “Libri da leggere” sul sito www.lacaverna.it
Un libro dall’impatto forte, violento, drammatico! Stile scorrevole e robusto, personaggi profondi e credibili, riflessioni che non lasciano indifferente il lettore! “Il Violinista” ha la capacità di catturarti, di portarti in un mondo e in un epoca già affascinanti, ma rese qui con una rarefazione e un senso di claustrofobica sorpresa veramente eccezionali! Immagini così vivide come se si stesse osservando un film mozzafiato. Tutto condito da una profondità che ti induce a riflettere anche quando non si sta leggendo! Che dire, un ottimo esordio di uno scrittore che farà parlare di sè!
Da: www.ibs.it
Marco Priulla- Judas Priest: Heavy Metal Magnetica Edizioni 2007
Marco Priulla è nato a Palermo nel 1985. La passione per la musica e la letteratura si mostrano precocemente, crescendo in parallelo, alimentandosi a vicenda e sfiorandosi di continuo. Scrive poesie, racconti, saggi critici e articoli, collaborando saltuariamente con alcuni siti web con le sue recensioni di dischi HM.
Nel 2006 una sua realizzazione nell’ambito del giornalismo auto-prodotto riceve riconoscimenti nazionali. Dopo gli studi classici si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove, tra una lezione ed un’altra, continua a coltivare il suo amore per la scrittura, la letteratura e la musica, specie per l’heavy metal. (www.verorock.it)

Titolo: Judas Priest: Heavy Metal Messiah
Autore: Marco Priulla
ISBN: 978-88-89889-29-9
Prezzo: 8,00 €
Data di pubblicazione: aprile 2007Genere: Saggistica&Narrativa attinenti al Metal
Nella visione nostrana culturalmente caotica, superficiale e spesso disordinata e qualunquista delle sonorità Hard – della musica “dura” – l’italiano medio sovente confonde tra generi e sottogeneri, definizioni e sottodefinizioni, tra etichette e sotto-etichette.
Per lunghi anni mi é capitato quasi costantemente di sentir ciarlare di “metal” accostando gruppi dalle sonorità e dagli stili talmente diversi da produrre nella mia mente un disdicevole e stizzoso stridio prolungato – come il famigerato gesso che si spezza sulla lavagna. Così, sotto la denominazione di Metal, sentivo accorpare, con sconforto e indignazione, i vari: Van Halen, Extreme, Metallica, e persino gli AC/DC! Come dire: di tutte le erbe un fascio.
Esiste invece una precisa e scrupolosa sintassi musicale che, sommata al modo in cui la si usa, definisce gli intenti e caratterizza gli stilemi che forgiano non solo il marchio di fabbrica di ogni musicista (o gruppo), ma che delineano il raggio d’azione creativo connotando una Band fino a renderla unanimemente “riconoscibile” e, nel bene o nel male, inseribile in questo o in quell’altro “genere.”
Fin dalle primissime interviste al nascente gruppo dei Judas Priest, e durante tutti gli anni della loro trentennale carriera musicale, la band si é SEMPRE e invariabilmente definita “METAL.”
Ciò é sintomatico di una potente visione e di un’estrema, precoce e sbalorditiva consapevolezza del linguaggio musicale adottato sin dagli esordi.
Col senno di poi, dopo attenta e appassionata analisi sulle peculiarità stilistiche dei Judas Priest, ciò che maggiormente si evince é la tenace, ferrea volontà di incarnare l’ideale estetico e sintattico-musicale dell’Heavy Metal.I Judas Priest SONO l’Heavy Metal.
Lo incarnano: alla perfezione.
Sono l’origine di un modo di fare musica che nonostante lo snobismo diffuso Esiste e R-esiste tenacemente al variare delle mode: quasi come una maestosa e irremovibile Piramide che non si arrenda all’erosione del tempo.
Dalla genesi – dagli esordi ancora venati di una sottile ma già obsoleta tradizione inglese ricca di screziature progressive – essi procedono con convinzione e fervore fino a sfornare album in cui il cuore del gruppo é volutamente “sintonizzato” a battere e pulsare su Riff e ritmiche secche, continue, instancabili, costanti.Nessuno spazio a sonorità “accordali,” nessun riverbero di suoni. Le chitarre appaiono compatte, rapide, secche, taglienti, incisive.
***
Mi sono spesso domandato cosa fosse a legarmi così tanto a questo splendido gruppo.
Gli elementi catalizzatori sono tanti – inverosimilmente troppi, per essere condensati in un’unica band. Che fosse l’onnipresente ritmica mozzafiato? Che é poi la Chiave di Volta del Vero Metal.O forse la presenza di due magiche chitarre soliste, la cui classe senza pari nasce dalla fusione tra un’estrema fluidità e una frenesia a stento disciplinata che erompe con veemenza come in nessun gruppo prima (e dopo).O forse – mi chiedevo – sarà l’effetto “Sirena Incantatrice” della sovrumana voce del leader Halford, capace di spaziare da toni gravi e cupi a incandescenti note acute e liriche che arrivano a straziare spirito e carne. Una voce che pur manifestando tecnica ed estensione mozzafiato, non é esibita con vanto e non risulta fine a se stessa, bensì intesa per regalare Energia e Potenza e Intensità e Cuore.O perfino – ipotizzavo – le semplici e spesso quasi ridicole seppure estremamente accattivanti linee di basso: una ritmica innocente nella sua semplicità ed efficacia.Infine, le doti compositive e la capacità di alternare brani sovrumanamente feroci alle più dolci e melodiche Ballad di tutti i tempi.
In realtà, é chiaro che nessun elemento, da solo, avrebbe potuto catalizzare i miei umori, i miei ascolti e le mie energie verso un’unica band. E’ più che evidente che è “la somma” di tutto ciò a creare un magico impasto, una lega paradisiaca. Un cocktail di ingredienti esplosivi ma al tempo stesso sapientemente amalgamati.
I vertici artistici, le vette, i pinnacoli, le cime che i Judas Priest hanno saputo innalzare non hanno e non avranno mai eguali.
Lorenzo Nicotra
L’autore con la sua scrittura potente ed evocativa, indaga a fondo sui contenuti più profondi ed inquietanti dell’orizzonte lirico e visionario dei Judas Priest, legandone i concetti in un’unica trama che si addossa il compito anche di rileggere lo scenario esistenziale e generazionale che ha prodotto il culto dell’heavy metal dagli anni Settanta in poi, creando un effetto tanto possente da avvicinarlo ad un poema. Pornografia robotica, Medioevo odierno e venturo, tentazioni totalitariste e un profondo senso di onnipotenza accompagnato da un nichilismo senza speranza: questo è il mondo in cui si snoda il nastro sonoro dei Judas Priest, accompagnato da una colata lavica di suoni potenti ed esplosivi che – come avrebbero detto gli antichi – sembrano forgiati dal Dio Vulcano nelle officine infernali dell’Etna. Questo libro, quindi, è un viaggio che necessariamente deve essere accompagnato dall’immersione nella musica, nelle sonorità eruttive della band. Dopo, come spesso è accaduto per tanti appassionati, nulla potrebbe essere più come prima.
(Maurizio De Paola – giornalista Metal Hammer)
(da www.rawandwild.com)
Ero convinto si trattasse di un libro sulla storia dei Judas priest e come ogni altro appassionato di heavy metal dovrebbe ,mi sono accostato con interesse alla lettura di questo libro , chiedendomi come avesse fatto un ragazzo italiano a raccogliere tutto il materiale biografico sulla band di Birmingham che non è proprio legata ad un alone di leggenda eterna come i connazionali Beatles dei quali chiunque sa quasi tutto e non sarebbe stato difficile per chiunque descriverne le gesta.Invece comincio a leggere il libro e dopo la prefazione di Lorenzo Nicotra che spiega cos’è l’heavy metal e perchè, giustamente, secondo lui i Judas rappresentino appieno il genere forse come nessun altro (anche perchè sono totalmenti avulsi a qualsiasi contaminazione stilistica e sono storicamente i primi ad aver definito l’immagine ed il suono del metal) ed una breve storia artistica nel primo capitolo (dove Marco finalmente difende il grandissimo en controverso album “Turbo”) capisco che il libro è un racconto fantastico che trae spunto dai testi e dai temi delle songs dei Judas in una forma totalmente inedita.
E’ come se avesse colto nell’opera omnia della band un filo conduttore e lo avesse palesato aggiungendovi del suo nel massimo rispetto delle scritture originali,amplificandone la forza e rendendone il tutto comprensibile e plausibile.
Tutto ha un senso in questo libro,dai titoli dei brani e degli album alle copertine alle trovate sceniche dei live.E pur trovandomi disorientato da questo libro che è diverso da quello che mi aspettavo ho goduto delle immagini che questo racconto diciamo “evangelico” ha evocato in me.Ovviamente come consiglia Maurizio de Paola la lettura del libro non puo’ essere completa senza ascoltare la musica dei suddetti Priest come sottofondo (ed io ci aggiungerei anche una buona birra,che in questo caso sarebbe irrinunciabile) .Cosi’ potremo anche noi immedesimarci nel giovane Rocker che si trova a trovare dentro se stesso il mondo magico della band.Alla fine del libro troviamo una discografia della band con commenti ed interpretazioni largamente condivisibili sul percorso artistico di questo combo metallico.Ovviamente il linguaggio ed il codice letterario non è quello poetico tradizionale ma non credo fosse questo lo scopo dell’autore che invece fa bene a cavalcare lo stesso stile tipico di questa musica ,senza fronzoli inutili ma senza punte letterarie che comunque nessuno avrebbe gradito in questa sede.Un libro consigliato ai veri fan dei Judas priest che vogliano respirare l’aria pesante e metallica tipica del gruppo ritrovando frasi e citazioni che ne hanno fatto una band di culto.Per gli altri credo possa essere un occasione per capire e per avvicinarsi ad un mondo fantastico ed avvolgente a cui nessuno dovrebbe rinunciare.
Gianni Colonna
Luigi Panzardi: Addii d’un rosso inconscio, Magnetica Ed. 2007
Luigi Panzardi è nato a San Giorgio Lucano in provincia di Matera il 27 maggio 1942 e vive a Taranto. Ha già pubblicato una raccolta di poesie intitolata Parole bianche e l’opera “Istanze e Sogni” entrambe edite da Il Filo. Alcuni suoi racconti sono presenti su siti web specializzati.
Panzardi ha trascorso la giovinezza vagando tra Svizzera e Milano, svolgendo lavori diversi, prima di trovare un impiego stabile che gli ha annichilito lo spirito. E’ tuttavia riuscito a pubblicare due raccolte di poesie: Parole bianche e Istanze e sogni.All’impiego è seguita la collocazione altrettanto stabile nella città di Taranto, dove risiede ancora. Ha cercato nelle opere di Friedrich W. Nietzsche la via per la quale la mente, pur genialmente dotata, smarrisce il comune processo logico e si offusca in un mondo di idee ed immagini pallide, sconnesse. Di nessun altro autore si può seguire con tanta ricchezza di elementi il passaggio dall’argomentare limpido e profondo di Ecce Homo, ad esempio, alla irrazionalità dei “Biglietti della follia”, lo scorrere del ricco pensiero lungo l’alveo comune, fino al suo dilagare in una buia campagna astrusa. Nonostante la ricchezza degli elementi, quel passaggio rimane misterioso.Come la personalità dei personaggi di questi racconti.

Titolo: Addii d’un rosso inconscio – RaccontiAutore: Luigi PanzardiISBN: 978-88-89889-37-4Prezzo: 10,00 €
Data di pubblicazione: dicembre 2007
Genere: Fantastico
<<La ragazza, stanca e tremante, tornò nel soggiorno e s’era appena sistemata sul divano in attesa dei padroni di casa, quando udì un lamento provenire dal piano di sopra. Sentiva suoni strani, prima una voce, poi un singhiozzo, quindi di nuovo una voce, un chiedere aiuto ed un pianto. A volte un riso, dopo un intenso parlottio. Liliana si diresse verso la scala di marmo e salì di sopra…>> da: “La busta azzurra”.
“Istanze e sogni” di Luigi Panzardi, ed. Il Filo, 2006
Recensione
Nel Poeta è sempre presente una solitudine interiore che lo spinge a comunicare con gli altri tramite i versi. E’ un secondo io, sempre presente, ma che in momenti di particolare tensione emotiva trova un suo sfogo guidando la mano a comporre riflessioni, urla di sdegno, silenzi che parlano più di qualsiasi voce.Ritroviamo questo pathos anche nella raccolta poetica di Luigi Panzardi, caratterizzata da una quarantina di liriche dalle tematiche più disparate, dall’osservazione della natura alla dolorosa immagine dei diseredati.In ogni caso è sempre presente la consapevolezza della caducità della vita, della conclusione di un ciclo con la morte, un evento accettato con una rassegnazione stanca.Al di fuori di canoni stilistici ben precisi, si può far rientrare tuttavia questo modo di poetare nel post-ermetismo, riprendendo da quest’ultimo alcune caratteristiche che impongono al lettore un’attenta lettura e rilettura, onde comprendere, peraltro senza soverchie difficoltà, il senso del messaggio.Aggiungo che c’è una costante linearità dell’esposizione, a volte accompagnata da incisi in funzione rafforzativa, in una stesura dal lessico non complesso, quasi comune, che non impedisce tuttavia il raggiungimento di un’armonia semplice, ma funzionale.Valga un esempio per tutti quella che, a mio parere, è la lirica più riuscita, dove il contrasto fra il desiderio di una donna emarginata e la realtà del mondo è espresso senza enfasi, e proprio per questo induce a una più ampia e serena riflessione. Davanti allo specchio di una vetrina Paralizzata, guarda la vetrina,gode per la lussuria dei colori esposta.Un fragore di luci biancheavvolge il nero vestito di seta giacente,imperlato, come un cielo gremito di stelle. Raspa con le mani il vuoto della borsetta,ha l’animo agghiacciato dalla fame,ha il cuore dentro che urla stupito,chiede di sapere perché non puòcorrere sull’azzurro del mare. Alle spalle il fiume gonfio e lento sta,della folla di uomini e macchine,scorre sullo schermo a due dimensioni:una è ricchezza, l’altra è povertà. Ecco, in questi versi c’è tutto lo sdegno per un mondo che accetta solo se stesso, c’è il naturale desiderio, il sogno di una donna per un abito che non può comprare, con quella mano che inconsciamente cerca quello che non c’è nella borsetta. Come tutti i sogni lo scontro con la realtà impone la domanda del perché altri sì e lei no.E la risposta è nell’ultima quartina, con quel fiume di un’altra umanità che scorre insensibile, lasciando sulle sponde chi non può percorrerlo.
Basterebbe questa lirica a dare valore a una raccolta che ne presenta altre di significativo rilevo.
L’intervista (www.arteinsieme.net)
E’ uscito proprio in questi giorni il tuo ultimo libro intitolato Addii d’un rosso inconscio, una raccolta di racconti.
Ci vuoi parlare di questo tuo lavoro e ci vuoi spiegare i motivi di un titolo così strano?
Il titolo annuncia, sia pure vagamente, l’esito drammatico dei racconti, i cui personaggi, essendo dotati di personalità per così dire insolite, fuori della norma, al limite, o dentro la follia, fanno sorgere questa sensazione di stranezza, giustamente rilevata. Nella stessa prefazione, di cui pure sono l’autore, col riferimento al tragico e misterioso passaggio dalla lucidità alla follia in cui si perdette la mente di F. Nietzsche, intendo avvicinare l’eventuale lettore al mistero, sempre vigente, che annebbia talune alterazioni della mente. E da queste alterazioni seguono poi le aberrazioni del comportamento che rendono drammatica la relazione dell’uno con gli altri. Sulla strada di queste anomalie si arriva al fantastico, da intendersi però più come un realtà che supera gli stessi limiti della fantasia, anziché come un irreale fine a sé stesso.
In questi racconti c’è un comune filo conduttore, o meglio ancora, c’è uno stesso messaggio che li lega?
I racconti sono eterogenei, e molto, fra di loro, né poteva essere diversamente, trattandosi ciascuna di una storia a sé, con personaggi che hanno ognuno un proprio destino. Eppure un robusto e nero filo li unisce, una specie di fratellanza al negativo, che dà alla fine la sensazione di una comune loro sfortuna nello scorrere di avvenimenti assolutamente diversi.
L’unico messaggio rilevabile, ma non certo espresso, sarebbe l’invito caloroso al lettore di curare sempre la propria integrità mentale.
Questa non è la tua prima pubblicazione, ma con questo editore è la prima volta che hai lavorato.
Come ti sei trovato?
Sinceramente è ancora presto per dare un giudizio complessivo e definitivo. Ritengo che l’efficienza di un editore non stia nella semplice pubblicazione di un testo, ma soprattutto nella volontà e capacità di diffondere l’opera, crearle intorno l’ambiente più favorevole all’approccio con i lettori. Sicuramente finora con questo editore c’è stata onestà nel rapporto e reciproca, affabile collaborazione in tutto ciò che ha riguardato la cura dell’edizione. In più vorrei segnalare la pazienza avuta da lui nell’accogliere sempre puntualmente le mie ripetute revisioni al testo.
Hai dei progetti letterari in corso? In verità, non pochi; uno però in particolare, un romanzo la cui stesura è quasi alla fine e di cui tuttavia non posso dire il titolo, perché il nome preferisco darlo, in forma definitiva, solo dopo la nascita. Grazie, Luigi, e ovviamente auguri per questo tuo libro.
Giacomo Scalfari: La nascita dell’Armata Verdenera, Magnetica Edizioni 2007
Il catalogo Magnetica Edizioni si arricchisce di un altro, prezioso lavoro nato dall’abile penna di Giacomo Scalfari.Un racconto che non incontrerà solo il consenso e l’apprezzamento dei lettori affezionati al Fantasy ma che saprà essere veicolo e stimolo di idee e contenuti che vanno ben oltre la narrazione. Ipotesi ardite? Fantascienza? Assolutamente non si tratta di questo ma per gustare appieno il complesso e intrigante “mondo” di Scalfari, non c’è che una possibilità: leggerlo. E non è improbabile che vi venga voglia di regalarlo a chi, tra i vostri amici e conoscenti è in grado di apprezzare un’opera che, al di là dell’ espediente narrativo, offre reali contenuti su cui riflettere.
Pina Varriale
Ogni tanto succede che un editore abbia l’intuito di pubblicare qualcosa di nuovo e interessante, evitando di ricalcare stereotipi annosi e trite riproposizioni di temi derivati da Tolkien o epigoni. E’ questo il caso dell’opera intitolata “La nascita dell’Armata Verdenera”, di Giacomo Scalfari. Un romanzo che soltanto in apparenza riprende gli stilemi dei classici mondi del Fantasy, ma che in realtà va ben oltre gli stessi con intelligenza e competenza.L’autore ci dice: “Mi aspetto che il libro sia letto, oltre che dagli amanti del genere Fantasy, da tutti coloro che giudicano l’immaginazione non solo un’ottima risorsa per sopportare meglio le intemperie della vita, ma anche un veicolo attraverso cui guardare ad altri mondi possibili, forse migliori di questo, e pensarne una futura realizzazione.” Echi che sono forse più di William Morris o di Eric R. Eddison, James B. Cabell e dello stesso Mervyn Peake che di J.R.R. Tolkien. Echi che Giacomo Scalfari dimostra di avere ben assimilato e compreso, riproponendoli con una sua cifra stilistica che non ha il sapore dell’ovvio e del banale.
Dalmazio Frau

Titolo: La nascita dell’Armata Verdenera
Autore: Giacomo Scalari
ISBN: 978-88-89889-38-1
Prezzo: 11,00 €
Data di pubblicazione: dicembre 2007Genere: Fantasy
Giacomo Scalfari vive a Parma.
Dopo essersi laureato a Bologna in Lettere Classiche ha frequentato la Scuola di specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS). Oggi alterna il lavoro di archeologo a quello di professore di italiano e storia nelle scuole superiori.
Ha pubblicato: Terra Guerra Magia, antica tradizione indoeuropea dai Celti a re Artù (Keltia Editrice, 2003); Veterano di guerre psichiche ed altri racconti (Edizioni Il Foglio, 2004); La Radura dei Superflui (Oppure Libri, 2005).
L’intervista
(da www.zam.it)
Appena uscito per i tipi della Cicorivolta Edizioni, ‘Doppio UNO (a margine di un omicidio brigatista)’, è innanzitutto una storia che, per quanto inquietante, kafkiana, prende spunto da fatti realmente accaduti. Tutto comincia a prendere forma a Genova, nel corso del G8 dell’estate 2001. Poi, un paio di mesi dopo, ci sono le torri che crollano. Le polizie di tutto il mondo, inclusa quella italiana, cominciano ad investire gran parte delle proprie risorse umane ed economiche nella difesa dal moloch terrorista. Si moltiplicano contatti, abboccamenti, sinergie fra le intelligence di mezzo mondo. In Italia, poi, nel marzo 2002, assistiamo con l’omicidio Biagi ad una recrudescenza del brigatismo rosso, sebbene vi fosse già stato l’omicidio D’Antona nel ’99. E comunque è proprio in questo passaggio che la vicenda di Pietro, il protagonista di ‘Doppio uno’ e alter ego dello scrittore, conosce una drastica accelerazione. Pietro infatti è un militante di una formazione di estrema sinistra, che ha sempre agito alla luce del sole e che tuttavia, un giorno, del tutto inaspettatamente, viene a trovarsi indicata sulla mappa di tutte quelle sigle che vengono date come fiancheggiatrici o parallele alle BR. Da quel momento, Pietro comincia a scorgere delle ombre, degli spettri, delle sagome. Le vede appostate nei bar, all’uscita del cinema, dentro a macchine parcheggiate, dentro agli scompartimenti del treno, sul posto di lavoro. Sulle prime pensa di avere delle allucinazioni, di essere impazzito, come accade per i personaggi di certi film, poi comincia a realizzare ciò che probabilmente è la verità: lui è un uomo pedinato. E lo resterà per molto tempo. Il libro racconta appunto la vicenda di un ragazzo, di un normale studente, appassionato di fantasy e giochi di ruolo, che non ha nulla da nascondere, e che pure per un lungo periodo vedrà intorno a sé muoversi un numero molto consistente di barbefinte e altri personaggi, per lo più umbratili, dallo sguardo gelido e sfuggente. Una vicenda, tra l’altro, attraversata in completa solitudine, visto che Pietro fatica a convincere anche i suoi stessi compagni dello scenario grottesco e paradossale che gli è stato allestito intorno.
-Giacomo, sei sicuro di quello che hai scritto?
Certo. La garanzia che posso dare, però, è solo la mia parola. Chi mi è stato addosso, ovviamente, lo sapeva, ed è per questo che ha continuato a farlo per lungo tempo in assoluta disinvoltura.
-Che effetto fa sentirsi pedinati?
Un brutto effetto. Forse il dato più negativo è che la consapevolezza di ciò che ti sta accadendo non puoi condividerla con nessuno. Se ci provi, il più delle volte passi per mezzo matto.
-Che idea ti sei fatto, invece, della polizia di stato?
Io non so chi fosse quella gente così interessata ai miei passi. Polizia? Carabinieri? Servizi? Posso avanzare delle ipotesi, ma niente di più. Ritengo però che, in generale, le forze dell’ordine non si facciano alcuno scrupolo quando si tratta di “marcare a uomo” un militante extraparlamentare.
-Nel libro i diversi riferimenti storici, e cioè il nome di Biagi, della Lioce, etc., sono tutti leggermente alterati. Allo stesso modo, il luogo dell’azione è un’immaginaria Crisopoli, che tuttavia non fatichiamo a riconoscere nella città di Parma. Perché questa scelta, visto che racconti circostanze realmente accadute?
Le circostanze sono reali, ma le conclusioni che io ne traggo sono ipotetiche e del tutto personali. Inoltre “Doppio uno” non vuole essere solo un libro cronachistico. I fatti che si narrano sono per certi versi un pretesto per affrontare temi esistenziali come la paura, la solitudine, il fato, la lotta impari… e perché no, l’immaginazione come risorsa per opporsi a tutto questo.
-Da quanto tempo militi nell’estrema sinistra e di che tipo di organizzazione si tratta?
Milito da circa dodici anni in un partito comunista extraparlamentare che ha sempre agito alla luce del sole. Ritengo che la gente che mi è stata addosso per tanto tempo non possa dire altrettanto.
-Perché su quanto ti è accaduto hai preferito scrivere un libro, fra l’altro dai contorni molto sfumati, nebbiosi, talvolta lievemente irreali, piuttosto che chiamare un po’ di giornali e raccontargli tutto?
Credo che sarebbe servito solo a farmi dare del paranoico anche dai giornalisti, oltre che da amici e compagni.
-A parte ‘Doppio Uno’, hai già scritto diversa narrativa. Che cosa stai preparando adesso?
“Doppio Uno” è un libro che io non avrei mai voluto scrivere, ma che ho ritenuto di dover scrivere perché, come già disse qualcuno, la verità è rivoluzionaria e va dunque onorata fino in fondo. Se il mondo feroce in cui viviamo me lo permette, vorrei tornare al fantasy e alla mitologia, che sono la mia passione più autentica…
Ivan Carozzi
DOPPIO UNO: 11. E’ IL TIRO PIÙ MALEDETTO NEL FANTAGIOCO DEL WARHAMMER, ma il vero 11 maledetto della storia contemporanea è un altro 11.
L’11 settembre del 2001, naturalmente, vero e proprio crocevia della storia del mondo.
Una giornata lorda di sandue, con la quale perfino i nostri figli e i nostri nipoti dovranno costantemente misurarsi, perché la Storia ad un certo punto è parsa deviare dalla sua rotta naturale per andare a braccetto con una pulsione demoniaca di sopraffazione, sprezzo della vita umana e del suo intrinseco valore. Un punto di non ritorno che spiegherà i suoi effetti per decenni, rallentando la crescita economica e rendendo difficili le relazioni tra Stati, popoli, razze e diverse religioni. Il terzo millennio, insomma, non poteva cominciare peggio. Ma c’è battaglia e battaglia.
Nella microstoria di questo libro di Scalfari, teatro del Warhammer – le battaglie fantasy combattute da eserciti in miniatura – è il Circolo degli Argonauti.
Pietro, il protagonista centrale, guida un esercito di Bretonnia, il cui nerbo è formato da nobili cavalieri votati alla misteriosa Dama del Lago.
È questa una vicenda dalla strana luce sinistra, che si dipana tra ombre di uomini (“Superloscoman”), case, strade, stazioni, in equilibrio labile fra militanza politica extraparlamentare e servizi segreti.
Una vicenda ambigua, definibile tra quelle parainvisibili, cioè quelle che si svolgono sotto i nostri occhi senza per questo essere mai veramente notate, mentre prendiamo il caffè, leggiamo il giornale, aspettiamo l’autobus, abbracciamo le nostre donne e… ci illudiamo di sapere e tenere tutto sotto controllo. Ci illudiamo che la vita scorra normale, e invece qualcuno è sempre lì, pronto a tessere trame oscure, disegni criminosi e destabilizzanti.
A spiarci e decidere per noi la nostra vita. E anche, a volte, la nostra morte.
“Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi una sala, come a Massimo D’Antona…”. Con questa “battuta” Marco Biagi, 52 anni, si rivolge al ministro del Welfare Roberto Maroni e al suo sottosegretario Maurizio Sacconi.
Pochi giorni dopo, il 19 marzo 2002, viene ucciso dalle Brigate Rosse a Bologna, mentre, di ritorno dall’università di Modena dove insegnava diritto del lavoro, si appresta ad aprire il portone e raggiungere la moglie e i due figli.
Anche lui come D’Antona era un consulente del ministro del lavoro (ora welfare) nel suo caso del governo Berlusconi, come in precedenza lo era stato di Enrico Letta e Tiziano Treu, ministri dei governi di centrosinistra. Era impegnato nella definizione delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Dopo meno di tre anni le Brigate Rosse tornano ad uccidere con la stessa pistola il medesimo bersaglio, un consulente in riforme del lavoro dello stesso ministero, senza che questi venga anche minimamente protetto da una scorta.
Ma parallele a vicende sociopolitiche di tale rilievo, scorrono vite minime, ben altrimenti affaccendate.
A 27 anni, senza avere un’idea precisa di cosa avrebbe fatto dopo, il 19 luglio 2001 Pietro si laurea in Lettere all’Università di Bologna. Non solo studente. Anche attivista politico del Fronte Comunista, piccola ma vivace formazione extraparlamentare. Il 19 luglio è anche la data dell’inizio delle fatidiche giornate di Genova che costarono la vita al povero Carlo Giuliani, macchiando di sangue ed infamia la maschera democratica di una Repubblica ormai sull’orlo di una pericolosa crisi di nervi. Un inferno di pestaggi, lacrimogeni e menzogne mai del tutto chiarite.
Ad un certo punto, Pietro, smaltita l’euforia post-lauream, trova lavoro presso una Cooperativa archeologica che sta portando alla luce un villaggio preistorico appena fuori Crisopoli. Ma la sua vita viene pian piano sconvolta dal prendere coscienza che qualcuno è sulle sue tracce…
Da un punto di vista formale, non si capisce bene dove stia l’originalità nel trasformare la libreria Feltrinelli in… Veltrinelli o Marco Biagi in… Piaggi.
Giacomo Scalfari, Doppio uno (a margine di un omicidio brigatista), Cicorivolta Edizioni, pagg. 122, Euro 7,00
Fernando Bassoli
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