Vetrina d’Autore: Maurizio Cometto
Maurizio Cometto è nato a Cuneo il 29.09.1971. Ha pubblicato la raccolta di racconti “L’incrinarsi di una persistenza” (Il Foglio 2004), il romanzo “Il costruttore di biciclette” (prefazione di Valerio Evangelisti, Il Foglio 2006) e il racconto lungo “Il distributore di volantini” (Magnetica Edizioni, 2006). Sempre per Il Foglio ha curato l’”Antologia del Fantastico Italiano Underground” (prefazione di Valerio Evangelisti, 2006). Vive a Collegno.

L’intervista all’ autore
( da www.mangialibri.com)
Cos’ è la paura per te? Qual è il tuo approccio al raccontare horror, se di horror in senso stretto si può parlare?
In realtà non mi pare che si possa parlare, nel mio caso, di “horror”. Preferirei il termine “fantastico”, che sento più affine. Il mio approccio al “fantastico” è di tipo espressivo e psicologico. Espressivo perchè il fantastico permette una maggiore libertà, una possibilità di “scartare”, durante la narrazione, andando a trovare a volte significati e connessioni che approfondiscono il testo. Psicologico perchè il più delle volte questi scarti, queste maggiori prodondità, questi significati, hanno a che fare con la psicologia dei personaggi, delle situazioni, delle relazioni. Le situazioni fantastiche, per dirla tutta, non nascono quasi mai “a tavolino”, ma durante la narrazione, e vengono da una parte di me non del tutto razionale (diciamo pure dall’inconscio). Sono una sorta di punto di incontro tra ciò che sto narrando e ciò che sento a livello inconscio di dover dire, e in genere quando “esplodono” mi creano un senso di “scoperta” e di “mistero”, che mi dà entusiasmo e mi spinge ad andare avanti per cercare di capire “cosa sta dietro”. Più che la paura, dunque, mi interessa suscitare un senso di mistero e di straniamento.
Sempre più spesso gli scrittori italiani rinunciano alle solite, stantie ambientazioni americane o esotiche per esplorare i ‘lati oscuri’ del nostro Paese, e tu non fai eccezione. Si può davvero fare paura attingendo alla tradizione culturale italiana?
Il far ricorso ad ambientazioni strane o esotiche penso sia riconducibile a un senso di “inferiorità” nei confronti dei modelli anglosassoni, che – bisogna darne atto – stanno all’origine della moderna narrativa di genere. Si ricorreva o si ricorre a tale espediente perchè si crede erroneamente che un testo horror o fantastico sia più credibile se ambientato all’estero piuttosto che in Italia, e questo semplicemente perchè migliaia e migliaia di storie lette o viste al cinema o alla TV sono prodotte e dunque ambientate in America o in Inghilterra. In realtà questo ragionamento finisce col rendere la storia meno credibile, anzi le conferisce il più delle volte una sorta di “puzza” di falso o di televisivo. Per fortuna in Italia autori come Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti o Massimo Carlotto hanno dimostrato che è vero il contrario. Secondo me vale la regola che bisogna sempre scrivere di cose che si conoscono bene, e questo si può dire a maggior ragione per l’ambientazione. E Baldini in particolare ha dimostrato perfettamente come si possa fare paura, e anche molta paura, attingendo alle tradizioni e al folklore nostrano. Penso che possa fare molta più paura una cosa che ti sta vicina e che credevi innocua, piuttosto che qualcosa di molto lontano fisicamente e psicologicamente…
Nelle tue storie la famiglia ha un ruolo estetico centrale: bambini, anziani, genitori, nonni. E’ una scelta precisa?
Me ne sono accorto anch’io. Non è tanto una scelta precisa quanto, credo, una scelta dettata dalla mia esperienza di vita. Descrivo personaggi e situazioni che mi sono familiari e su cui poi si innesca il fantastico (nota che più la situazione è banale, più il fantastico crea un effetto di straniamento). La scelta dei bambini è invece molto più conscia, direi quasi sempre voluta. Perchè i bambini hanno uno sguardo speciale sulla realtà, che permette di trattare le situazioni fantastiche senza doverle per forza “razionalizzare”. Il bambino è costantemente impegnato in un lavoro di “scoperta” della realtà, per cui ha uno sguardo più innocente, in grado di accettare anche ciò che per un adulto potrebbe essere inaccettabile. E poi i bambini danno sempre un senso di “favola”, che aiuta a costruire l’atmosfera.
Quali sono le traversie che uno scrittore esordiente o aspirante tale deve affrontare in Italia?
Dipende da quali sono le sue aspirazioni. Vuoi diventare famoso? Allora o conosci qualcuno di importante disposto ad aiutarti, o devi avere una botta di culo pazzesca. Ti accontenti di veder pubblicate le tue opere e di avere un pubblico di poche decine o centinaia di lettori? Puoi rivolgerti alle case editrici medio piccole, e in alcuni casi se sei bravo riesci anche a pubblicare. Ti interessa semplicemente vedere il tuo nome su un libro e hai soldi da spendere e non te ne frega niente di venire truffato? Ci sono le “case editrici” a pagamento. L’importante è sapere cosa si vuole e a cosa si va incontro, come in tutte le cose della vita. In generale in Italia la situazione mi pare abbastanza tragica, soprattutto per la narrativa fantastica. E’ poco considerata dagli editori, più ancora che poco letta. Figuriamoci poi un esordiente che scrive racconti fantastici. Ciascuna delle tre condizioni (esordiente-racconto-fantastico) presa da sola è già di per se stessa un handicap agli occhi di un editore. Per questo genere di scrittore la cosa migliore potrebbe essere farsi tradurre e provare all’estero. Francia e paesi anglosassoni danno maggiore spazio a questo genere e agli esordienti in generale, senza contare che propongono un pubblico molto più vasto ed attento. Non è bello da dire, però purtroppo è così.
Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione?
Tantissimi e di vario genere. Tra i classici: Cechov (il più grande autore di racconti), Maupassant, Bulgakov, Karen Blixen, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi… Gli argentini del fantastico, in particolare Borges, Cortàzar e Horacio Quiroga… Philip Dick… Tra gli autori contemporanei, mi vengono in mente Agota Kristof, Paul Auster, Jonathan Coe, Eraldo Baldini, Valerio Evangelisti, Valeria Parrella tra i giovani, Lorenzo Nicotra e Vincenzo Spasaro tra i giovani che scrivono fantastico (nota che quest’ultimo, 3 volte finalista al premio Urania, curatore della collana “Fantastico e altri orrori” per Il Foglio, non ha ancora pubblicato un libro tutto suo…) E Richard Matheson, che ho scoperto ahimè solo di recente, ma che considero un grandissimo. E poi i gialli classici, di cui sono un fan; ritengo un genio John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa. E infine i fumetti: Carl Barks, Romano Scarpa, Martin Mystere, Neil Gaiman, Alan Moore… Insomma, leggo un po’ di tutto, non faccio distinzioni di genere. L’importante è che un libro mi piaccia. [david frati]

Titolo: Lo scaricamento della bara
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 978-88-89889-31-2
Prezzo: 6,50 €
Data di pubblicazione: maggio 2007 Genere: FantasticoDopo il fortunato Il costruttore di biciclette, Maurizio Cometto conduce nuovamente i suoi lettori a Magniverne, un piccolo paese di una provincia contadina dal forte sapore piemontese. E lo fa ricorrendo agli elementi che caratterizzano tutte le sue opere e che ritroviamo anche ne Lo scaricamento della bara (Magnetica Edizioni – 2007): la semplicità, il coinvolgimento, il fantastico e il senso della misura.Cometto dimostra, opera dopo opera, quanto è fuorviante scambiare semplicità con banalità. La sua prosa non si perde in arzigogoli o immagini ardite, non è contaminata da digressioni o incisi. È diretta, immediata, semplice in quanto facilmente accessibile, ma caratterizzata dalla capacità di coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine, costringendolo a restare attaccato al libro sino alla conclusione.
La semplicità di Cometto si ritrova anche negli elementi a cui ricorre nella costruzione delle sue storie. I personaggi sono normali, quasi consueti, inseriti in un contesto che appare incapace di trasformarsi nel teatro di avvenimenti degni di nota. Eppure è in esso che emerge, fortemente espressivo proprio perché inaspettato, l’elemento fantastico, l’alterazione della realtà che sposta l’interpretazione e la rappresentazione dei fatti su un binario parallelo.
Nella prefazione di Marco Capelli (www.progettobabele.it) bene si fa a indicare la peculiarità dell’approccio di Cometto al fantastico proprio nell’assenza di mostri lovecraftiani o della violenza di Barker: all’autore piemontese è sufficiente estrarre dal cilindro un semplice cellulare, un architetto appassionato di comunicazioni, la scoperta di un mezzo espressivo che diventa mania, per imbastire una storia che avvince e sorprende.
I personaggi che la interpretano, seppure non scandagliati a fondo nei recessi dell’animo, presentano tratti davvero peculiari, senza mai scadere nel grottesco o nell’esagerazione. L’Architetto Ego passeggia per i sentieri di campagna accompagnato dall’ex amante della moglie, ora diventato suo confidente, e manda in scena una particolare rivisitazione della sindrome di Stoccolma. Sua moglie Giacinta si sente nuovamente viva quando scopre di provare compassione per le sofferenze che la malattia infligge al marito. Giovanna, l’amica di Ego che “portava il quarantadue di scarpe, cosa di cui si vergognava un po’”, tesse con lui un rapporto di amore platonico e di confidenza. E così per le altre figure che si alternano raccontando al lettore cosa si prova nel ricevere un messaggio sul cellulare proveniente da una persona che è stata appena seppellita e che, dall’aldilà, mette a nudo i peccati e i sensi di colpa che affliggono l’anima di ognuno di noi.
Il volume proposto dalla Magnetica Edizioni è snello e di formato ridotto, elementi che ben si coniugano con la struttura dell’opera, in bilico tra il romanzo breve e il racconto lungo. Questa piccola casa editrice si conferma come uno dei (pochi) seri punti di riferimento per gli scrittori italiani che si affacciano o si addentrano in un genere così variegato come quello fantastico. E Cometto ha sicuramente un posto di tutto rispetto in mezzo a loro. (Andrea Borla)
Titolo: Il distributore di volantini
Autore: Maurizio Cometto
ISBN: 88-89889-06-3
Prezzo: 3,50 €
Data di pubblicazione: febbraio 2006Genere: Racconto del Fantastico
da: www.kataweb.it
Federico (o Ricu) e Angelina vivono il lieto fine grazie alle fiamme che avvolgono e fanno contorcere la nonna. E il distributore di volantini.
Il racconto Il distributore di volantini, recentemente ripubblicato (era infatti già stato pubblicato su rivista) in forma d’agile volumetto tascabile, riconsegna al lettore la cifra stilistica d’uno scrittore di talento assoluto che viaggia nelle spirali del fantastico. Un autore che fa della suspense materia messe nella prima parola scritta e tenuta fino a dentro l’ultima parola composta.
Questa figura nomala, il distributore di volantini, ha pezzi di carta rossi e piccole luci rosse in mano, ma potrebbe avere gli occhi rossi, oppure ce l’ha gli occhi rossi; occhi che danno i brividi. Esattamente come dovrebbero. Il distributore dei volantini è un tramite, e basta. Lui rappresenta una mediatore, uno che deve dare messaggi. Soprattutto alla nonna, che al termine dell’intensa opera cade nel buco bruciante delle rogo con egli stesso. In pratica, siamo davanti a una stravagante e fantastica in tutti i sensi storia d’amore.
Angelina, la bella ragazza che vaga per le strade d’una Cuneo molto imbiancata dal naturale, incontra o deve per forza incontrare il suo Federico, il ragazzo che la libera dalla schiavitù di stare in un limbo per nulla accogliente. Il limbo sa di spiriti, eccetera. Allo stesso modo, ci sta il passaggio nelle memorie sempre della nonna, che arriva al punto di mettere in campo una specie di rito per mettere pace nell’organismo dell’angelo Angelina. Il passato della nonna di Ricu entra prepotentemente nel presente dell’affezionato nipote. Un giovane studente che insegue la grazia di quella “studentessa” particolare che li fa perdere il senno.
Per chi cercasse del sentimentale, nonostante queste premesse, stia alla larga da questo nuovo volume di Maurizio Cometto. Questo scrittore non ha soltanto tantissimo talento e la forza d’arrivare in fondo a cioè che dice, toccare il nucleo con leggerezza, senza stancarsi minimamente. Questo scrittore è anche dotato d’una capacità di cogliere il ritmo da posizionare sotto il sedere della sua narrativa. Le frammentazioni posizionate esattamente dove devono essere posizionate, all’interno dei paragrafi, fungono da ulteriore strumento che rende grazie al battere e levare delle vicende dettate da Cometto. Una prova importantissima, questa. E’ il momento di fare attenzione a quello che fa Maurizio Cometto, molta attenzione.
Nunzio Festa
Il distributore di volantini è un breve racconto che si divora in meno di un’ora e che tiene incollati alla pagina sino a un incredibile finale (che non svelo), tra personaggi che sembrano uscire da un sogno, ma che l’autore rende vivi e concreti dipingendoli con tratti realistici. La figura del distributore di volantini che consegna i suoi incredibili messaggi sotto la neve di Cuneo, la nonna che racconta una storia surreale e rievoca vecchi tempi fatti di rimpianto, Federico e Angelina che vivono un’avventura incredibile a metà strada tra l’onirico e il misterioso. Non si può raccontare la trama di un racconto che dura lo spazio di una lettura serale ma che ricorda le pagine del miglior Buzzati. La trama è ben costruita, surreale ma credibile, l’ambientazione tra le valli e la neve di Cuneo ben fatta, i caratteri dei protagonisti delineati a dovere. Le favole della nonna parlano di anime peregrine, che stanno al confine tra il mondo della materia e il mondo dello spirito e i ragazzi devono fare i conti con un’incredibile realtà. Non vi dico altro. Se vi ho incuriosito abbastanza ordinate il libro. Costa meno di un gelato.
Gordiano Lupi
Recensioni: Il caso Maurizio Cometto
di Valerio Evangelisti
Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto. Naturalmente farei torto a molti altri scrittori, come sempre capita nel caso di domande del genere. Sono tantissimi gli autori nostrani, specializzati nel fantastico in tutte le sue varianti, bravi o bravissimi, ma Cometto mi è particolarmente gradito. Un piacere particolare, nel fare quel nome, mi viene dal fatto che è conosciuto da pochissimi. Averlo scoperto è un merito della casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Forse non sono del tutto d’accordo (in parte sì) con Gordiano sulle sue valutazioni su Cuba e su certi miei colleghi. Ma su Cometto non si discute: un fior di scrittore, e averlo reso noto, sia pure a un numero circoscritto di lettori, e scommesso su di lui, è stata una dimostrazione di fiuto e di buon gusto.
Perché Cometto mi piace tanto? Per la sua grazia, per la semplice eleganza della sua prosa, trasparente e fine. Per il tono trasognato che mi ricorda tanto Enzo Fileno Carabba, un altro dei miei scrittori preferiti. Per la difficoltà a inquadrarlo in un genere definito.
Ho già parlato di Cometto in occasione dell’uscita del suo romanzo Il costruttore di biciclette, e non sto a ripetere il giudizio espresso allora (vedi qui). La linearità di quella “piccola” storia mi sembra esemplare. Era in apparenza un horror, addirittura lovecraftiano, eppure lo trascendeva. L’accento era piuttosto sul bizzarro che emergeva, poco alla volta, dalla quotidianità. Senza effettacci né forzature: per tocchi lievi. Come Jonathan Carroll nelle sue migliori prove.
Cometto pare portato alle “piccole storie”. Tra le sue cose migliori più recenti ci sono dei racconti di poche pagine pubblicati dalla casa editrice Magnetica: Lo scaricamento della bara e Il distributore di volantini. Vale la pena di leggerli, soprattutto il secondo. Pochi euro permetteranno un godimento illimitato. L’horror c’entra solo in parte, e serve unicamente a garantire un’etichettatura. Lo sfondo è totalmente onirico, gli sviluppi imprevisti. La prosa, di un’eleganza raggiunta da pochi.
Qualcuno si chiederà quali vantaggi mi derivino dal tessere questa apologia di Cometto. Non molti: ignoro chi sia (so solo che è piemontese, di Collegno), quando sia nato, cosa faccia per campare. Ma davanti a uno scrittore della sua finezza e del suo umorismo, un atto è dovuto: togliersi il cappello.
Editori in cerca di talenti, siete avvertiti.
Vetrina d’Autore: Nazareno Barra
Titolo: Il violinista (storia di vocazioni)
Autore: Nazareno Barra
ISBN: 88-89889-11-X
Prezzo: 13,00 €
Data di pubblicazione: giugno 2006Genere: Romanzo horror“AVVISO IMPORTANTE: Alcune scene e alcune situazioni descritte all’interno della presente opera, potrebbero urtare la sensibilità del lettore”da: www.operanarrativa.com

Spagna, fine 500. Due fratelli, Antonino e Giacomo, loro malgrado si ritrovano risucchiati in un perverso piano che Satana prepara dalla notte dei tempi. Inconsapevoli, si ritroveranno l’uno nemico dell’altro. Antonino, ammaliato dal demonio innescherà, attraverso il violino, strumento quasi sconosciuto all’epoca, un vortice di eventi violenti, un crescendo di efferatezze, una strada di cui nemmeno il proprio artefice conosce la fine. Giacomino, che da bambino sente la chiamata di Dio, combatterà l’errore eretico con energia, mentre le sue credenze saranno messe a dura prova dall’apparizione di una donna che sembra essere arrivata da altri tempi.
Lo scacchiere è pronto. L’eterna lotta tra Bene e Male ha inizio.
Il romanzo di Nazareno Barra è un’opera alquanto particolare, una fresca novità sul perenne conflitto tra Dio e Satana o tra il Bene e il Male, in una precisa e affascinante cornice storica. Sembrerebbe una storia “classica” del genere, ma in realtà la vera grandezza dell’autore sta nell’ aver posto le due Entità su un piano parallelo, in quanto nella loro dimensione umana, sono entrambe destinate a soccombere. A ben vedere si potrebbe pensare che Mino,il sacerdote di Dio, prevalga su Nino, il fratello sacrilego, quando gli dà l’assoluzione per tutti gli omicidi e le violenze commesse. Nino, però, riesce a sopravvivere al fratello, sia pure per poco, facendo vibrare ancora una volta le corde del suo micidiale violino, prima della sua stessa tragica fine.
È, comunque, un romanzo che fa riflettere e che, dal punto di vista narrativo, si presenta interessante,nonostante talune descrizioni a volte cruente. Sicuramente potrebbe provocare scalpore e perfino dissenso tra alcune fasce di lettori “ortodossi” e poco inclini a una narrativa “estrema”, ma personalmente mi è piaciuto, è scritto molto bene e fa pensare.
In ultima analisi, personalmente penso che la Chiesa dovrebbe temere più questo giovane autore che Dan Brown, poiché qui i principi cristiani vengono criticati e messi in discussione su un piano squisitamente teologico e non su basi pseudo-storiche.
Melanie
da: vassane.splinder.com/archive/2006-12 – 59k
Oggi ho finito di leggere un romanzo di un giovane scrittore napoletano. Il libro in questione si intitola Il violinista, storia di vocazioni è il sottotitolo, frutto, da quanto si può capire nell’introduzione dell’autore, del ritrovamento di antichi manoscritti incompiuti a cui lui si è impegnato a dare completezza assorbendoli in un’opera personale. 280 pagine (in numeri romani) fitte di avvenimenti e personaggi che ruotano attorno a una partita a scacchi (anche se di scacchi qui non si parla) tra Dio e Satana. Un gioco crudele perché vede impegnati, su opposti fronti, Mino e Nino (poi frate Giacomo e Antonino), fratelli di sangue. Se il primo sente la chiamata di Cristo e sceglie di prendere i voti, l’altro viene avvicinato dal demonio – qui raffigurato come un uomo in nero – nella campagna fuori dalla tenuta del padre vinaio, e viene iniziato alla musica del violino. Si sa che a questo strumento in particolare veniva attribuito un suono diabolico, e in una storia ambientata nella seconda metà del ‘500 non si sa ancora niente della sua musica, tanto che la Chiesa lo ricoprì subito di invettive impietose. E forse non si sbagliava, almeno a giudicare dal romanzo, visto l’uso che ne fa Nino una volta che ne apprende il sinistro potere, stringendo un patto con il Male e facendosi suo campione. Giacomo è vittima spesso di visioni e percezioni che lo mettono in guardia dal fratello, vive profonde crisi di coscienza che lo trasformeranno nell’arco della vicenda, facendogli assumere il titolo di Inquisitore Supremo, cioè uomo di punta nella lotta all’eresia. E qui l’eresia non risparmia, si veste dell’ignoranza del popolo e distrugge, saccheggia, dissacra chiese e monasteri, diventa un’orda barbarica che sembra inarrestabile e contro cui non esistono difese. A guidarla il Maligno pone Nino, da tutti conosciuto come il Violinista. La musica può arrivare ovunque, dicevano Mime e Syria, ne “I Cavalieri dello Zodiaco”, e lo ribadisce Antonino suonando il suo violino, usando la sua musica maledetta per decapitare, mutilare, bruciare. Nessuna armatura può resistergli, neanche intere legioni, e più il tempo passa più il suo potere si accresce, parallelamente alla sua sete di dominio. Le pagine scorrono veloci, la storia procede a ritmo sostenuto e sa tenere viva l’attenzione e l’attesa, con un buono stile narrativo e delle ottime idee. È forse nelle ultime trenta pagine che il tono si abbassa, compare una figura che l’autore punta a rendere centrale, forse un po’ in ritardo, rischiando di sparagliare le carte. Un buon libro, dunque, di sicura presa, ma con due difetti fondamentali: l’eccessiva efferatezza delle scene, che finisce spesso con l’essere immotivata, fine a se stessa; e poi il finale, un po’ frettoloso e scialbo, buonista dopo pagine e pagine prive di ogni intento edificante. Per contro l’abilità dell’autore è indiscutibile, alcuni capitoli sono da maestro, il fascino morboso del male richiama alla mente il Dracula di Bram Stoker e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Ad esso Barra oppone la luce incarnata da Cristo e Socrate: santità e ragione per sconfiggere l’oscurità e l’oscurantismo.
Un’altra bella recensione è sul sito: www.progettobabele.it
Affiora subito alla mente del lettore più attento e appassionato il riferimento a Wilde e al suo Il ritratto di “Dorian Gray. Il protagonista, infatti, sembra molto simile ad Antonino, uno dei personaggi centrali del romanzo di Nazareno Barra. Stessa sete di potere; stessa voglia di cambiare, con l’aiuto di una forza superiore, il naturale evolversi della propria vita; stessa moneta di scambio, l’anima; stessa arrendevole presa di coscienza e stessa inesorabile sorte. In questo suo primo libro l’autore tocca un argomento caro non solo alla letteratura ma anche all’uomo e al suo fondamento esistenziale. Si tratta dell’ennesima battaglia tra bene e male, la costante intromissione di Lucifero nella vita delle persone, quel tarlo che s’insinua nella mente a suon di musica affrontato, però, questa volta, da prospettive in parte nuove e in parte conosciute e, forse deliberatamente, ignorate dalla carta stampata. L’ambientazione di Il violinista non è semplice, occorre ritornare indietro di almeno cinque secoli e ripercorrere gli anni più oscuri della storia d’Europa, e della Spagna in particolare, quando a comandare era l’inquisizione, quando era sufficiente dire una parola di troppo per finire sul rogo. Alcuni importanti dettami della chiesa medievale vengono messi in discussione, mentre i preti-giudici, semplici uomini che in nome di Dio si arrogano il diritto di decidere della vita e della morte forti di parole che Dio stesso non ha mai pronunciato, vengono, invece, sottoposti a dura prova da un antico filosofo, la cui collocazione all’interno della storia pare del tutto inappropriata e fuori luogo, che ha fatto della sua ignoranza la fonte della sua saggezza. Egli è la vera coscienza di tutto il romanzo, l’”indicatore di direzione”. Solo alla fine il lettore capirà la sua importanza e l’originalità di tale scelta narrativa da parte di Barra. Una lotta fratricida inconsapevole sorretta da un ritmo incalzante, mai noioso e sempre adatto alla scena descritta. Le pagine scorrono veloci caratterizzate da uno stile semplice, moderno, vicino sia a chi legge che al periodo storico della vicenda. Tragico, come in fondo è giusto che sia, il finale. Il millenario scontro fra il diavolo e il suo antagonista non prevede vinti ne vincitori. Non ammette compromessi. Le due estremità si equivalgono. Si annientano per ricostituirsi a vicenda perchè una senza l’altra non ha motivo di essere. Rimane la tristezza. Lo sconforto di due fratelli che non hanno saputo amarsi, cercarsi, completarsi.
(da: www.www.intercom-sf.com )
A prima vista, questo romanzo che sta riscontrando numerosi favori di critica e di pubblico, in special modo in Campania – anche se è riuscito a varcare i confini regionali – può sembrare l’ennesima storia sulla lotta tra bene e male, ma, partendo da una trama battuta, già dalle prime pagine regala una visione alquanto originale della materia. L’aver posto le due entità sullo stesso piano – non a caso i due protagonisti,

Nino e Mino, hanno un nome simile – porta spesso a confondere chi stia dalla parte del giusto e chi no, fenomeno questo riscontrabile anche per i personaggi secondari. Nessuna netta separazione tra bianco e nero, solo innumerevoli sfumature di grigio dove i protagonisti, principali e non, si muovono. L’aver reso tutti i personaggi con una forte caratterizzazione psicologica, sovverte le convinzioni comuni, accendendo interrogativi ritenuti impossibili su certe tematiche.
Questo libro classicheggiante ci consegna una Spagna di fine ‘500 dove l’ordine naturale delle cose è sovvertito – si vedano le nevicate in estate seguite dal caldo torrido – senza che gli interpreti della trama possano far nulla per contrastarlo (a tal proposito, si vedano i frati domenicani cantare il Salve Regina ai vespri e non a compieta), quasi specchio della moderna società.
Altra inaspettata preziosità, un novità assoluta per il genere, è l’aver inserito all’interno de Il Violinista un vero e proprio dialogo platonico, scritto con padronanza e cognizione di causa, una chicca che non può fare a meno di sorprendere il lettore e indurlo a riflettere.
Questa opera, con la sua violenza intrecciata alla poesia e a riflessioni filosofiche, è una boccata d’aria fresca su un genere talvolta troppo ripetitivo. Nazareno Barra, grazie a questo romanzo, ogni settimana riceve nuovi attestati di stima entusiastici sul suo sito www.nazarenobarra.com, dove, tra le altre cose, vi sono pubblicate alcune poesie davvero incantevoli e la prima parte di un racconto che sarà presentato a puntate.
Il consenso cresce intorno a questo giovane scrittore, tanto che, nella sezione Horror del sito www.operanarrativa.com, Il Violinista campeggia al primo posto, davanti ai libri di autori affermati e famosi.
Nel prossimo futuro, vi sarà anche la presentazione ufficiale del suo libro sul territorio di Afragola e certamente non mancheremo di avvisare i nostri lettori.
Se siete amanti del genere, affrettatevi a procurarvi Il Violinista – Storia di Vocazioni, per intraprendere un viaggio sconvolgente in un mondo vivido, quasi reale.
Pubblicato su Articolo1 del 17 dicembre 2006
RECENSIONE
di Claudia Bordin
Io questo libro l’ho letto. Un horror a cui la definizione sta molto stretta, mi spiego: ci sono si elementi prettamente caratterizzanti di tale genere letterario, ma qui siamo di fronte ad un opera di fantareligione e fantastoria, il tutto condito da un riflessioni morali e religiose.
Lo stile, anche se ricercato, è molto scorrevole. Un climax, cresce pagina per pagina fino ad un finale mozzafiato – con una chicca inaspettata – ed è molto cinematografico con continui cambi di scena.
Vi sono scene prettamente violente. Qualcuno potrebbe trovarle fastidiose o estremamente sadiche, ma tant’è! Per me servono a caratterizzare la storia!
Consigliato a chi è in cerca di forte emozioni senza nulla togliere alle riflessioni cui il romanzo induce.
Da: www.moniadibiagio.mastertopforum.com
Il Violinista è stato segnalato tra i “Libri da leggere” sul sito www.lacaverna.it
Un libro dall’impatto forte, violento, drammatico! Stile scorrevole e robusto, personaggi profondi e credibili, riflessioni che non lasciano indifferente il lettore! “Il Violinista” ha la capacità di catturarti, di portarti in un mondo e in un epoca già affascinanti, ma rese qui con una rarefazione e un senso di claustrofobica sorpresa veramente eccezionali! Immagini così vivide come se si stesse osservando un film mozzafiato. Tutto condito da una profondità che ti induce a riflettere anche quando non si sta leggendo! Che dire, un ottimo esordio di uno scrittore che farà parlare di sè!
Da: www.ibs.it
Marco Priulla- Judas Priest: Heavy Metal Magnetica Edizioni 2007
Marco Priulla è nato a Palermo nel 1985. La passione per la musica e la letteratura si mostrano precocemente, crescendo in parallelo, alimentandosi a vicenda e sfiorandosi di continuo. Scrive poesie, racconti, saggi critici e articoli, collaborando saltuariamente con alcuni siti web con le sue recensioni di dischi HM.
Nel 2006 una sua realizzazione nell’ambito del giornalismo auto-prodotto riceve riconoscimenti nazionali. Dopo gli studi classici si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove, tra una lezione ed un’altra, continua a coltivare il suo amore per la scrittura, la letteratura e la musica, specie per l’heavy metal. (www.verorock.it)

Titolo: Judas Priest: Heavy Metal Messiah
Autore: Marco Priulla
ISBN: 978-88-89889-29-9
Prezzo: 8,00 €
Data di pubblicazione: aprile 2007Genere: Saggistica&Narrativa attinenti al Metal
Nella visione nostrana culturalmente caotica, superficiale e spesso disordinata e qualunquista delle sonorità Hard – della musica “dura” – l’italiano medio sovente confonde tra generi e sottogeneri, definizioni e sottodefinizioni, tra etichette e sotto-etichette.
Per lunghi anni mi é capitato quasi costantemente di sentir ciarlare di “metal” accostando gruppi dalle sonorità e dagli stili talmente diversi da produrre nella mia mente un disdicevole e stizzoso stridio prolungato – come il famigerato gesso che si spezza sulla lavagna. Così, sotto la denominazione di Metal, sentivo accorpare, con sconforto e indignazione, i vari: Van Halen, Extreme, Metallica, e persino gli AC/DC! Come dire: di tutte le erbe un fascio.
Esiste invece una precisa e scrupolosa sintassi musicale che, sommata al modo in cui la si usa, definisce gli intenti e caratterizza gli stilemi che forgiano non solo il marchio di fabbrica di ogni musicista (o gruppo), ma che delineano il raggio d’azione creativo connotando una Band fino a renderla unanimemente “riconoscibile” e, nel bene o nel male, inseribile in questo o in quell’altro “genere.”
Fin dalle primissime interviste al nascente gruppo dei Judas Priest, e durante tutti gli anni della loro trentennale carriera musicale, la band si é SEMPRE e invariabilmente definita “METAL.”
Ciò é sintomatico di una potente visione e di un’estrema, precoce e sbalorditiva consapevolezza del linguaggio musicale adottato sin dagli esordi.
Col senno di poi, dopo attenta e appassionata analisi sulle peculiarità stilistiche dei Judas Priest, ciò che maggiormente si evince é la tenace, ferrea volontà di incarnare l’ideale estetico e sintattico-musicale dell’Heavy Metal.I Judas Priest SONO l’Heavy Metal.
Lo incarnano: alla perfezione.
Sono l’origine di un modo di fare musica che nonostante lo snobismo diffuso Esiste e R-esiste tenacemente al variare delle mode: quasi come una maestosa e irremovibile Piramide che non si arrenda all’erosione del tempo.
Dalla genesi – dagli esordi ancora venati di una sottile ma già obsoleta tradizione inglese ricca di screziature progressive – essi procedono con convinzione e fervore fino a sfornare album in cui il cuore del gruppo é volutamente “sintonizzato” a battere e pulsare su Riff e ritmiche secche, continue, instancabili, costanti.Nessuno spazio a sonorità “accordali,” nessun riverbero di suoni. Le chitarre appaiono compatte, rapide, secche, taglienti, incisive.
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Mi sono spesso domandato cosa fosse a legarmi così tanto a questo splendido gruppo.
Gli elementi catalizzatori sono tanti – inverosimilmente troppi, per essere condensati in un’unica band. Che fosse l’onnipresente ritmica mozzafiato? Che é poi la Chiave di Volta del Vero Metal.O forse la presenza di due magiche chitarre soliste, la cui classe senza pari nasce dalla fusione tra un’estrema fluidità e una frenesia a stento disciplinata che erompe con veemenza come in nessun gruppo prima (e dopo).O forse – mi chiedevo – sarà l’effetto “Sirena Incantatrice” della sovrumana voce del leader Halford, capace di spaziare da toni gravi e cupi a incandescenti note acute e liriche che arrivano a straziare spirito e carne. Una voce che pur manifestando tecnica ed estensione mozzafiato, non é esibita con vanto e non risulta fine a se stessa, bensì intesa per regalare Energia e Potenza e Intensità e Cuore.O perfino – ipotizzavo – le semplici e spesso quasi ridicole seppure estremamente accattivanti linee di basso: una ritmica innocente nella sua semplicità ed efficacia.Infine, le doti compositive e la capacità di alternare brani sovrumanamente feroci alle più dolci e melodiche Ballad di tutti i tempi.
In realtà, é chiaro che nessun elemento, da solo, avrebbe potuto catalizzare i miei umori, i miei ascolti e le mie energie verso un’unica band. E’ più che evidente che è “la somma” di tutto ciò a creare un magico impasto, una lega paradisiaca. Un cocktail di ingredienti esplosivi ma al tempo stesso sapientemente amalgamati.
I vertici artistici, le vette, i pinnacoli, le cime che i Judas Priest hanno saputo innalzare non hanno e non avranno mai eguali.
Lorenzo Nicotra
L’autore con la sua scrittura potente ed evocativa, indaga a fondo sui contenuti più profondi ed inquietanti dell’orizzonte lirico e visionario dei Judas Priest, legandone i concetti in un’unica trama che si addossa il compito anche di rileggere lo scenario esistenziale e generazionale che ha prodotto il culto dell’heavy metal dagli anni Settanta in poi, creando un effetto tanto possente da avvicinarlo ad un poema. Pornografia robotica, Medioevo odierno e venturo, tentazioni totalitariste e un profondo senso di onnipotenza accompagnato da un nichilismo senza speranza: questo è il mondo in cui si snoda il nastro sonoro dei Judas Priest, accompagnato da una colata lavica di suoni potenti ed esplosivi che – come avrebbero detto gli antichi – sembrano forgiati dal Dio Vulcano nelle officine infernali dell’Etna. Questo libro, quindi, è un viaggio che necessariamente deve essere accompagnato dall’immersione nella musica, nelle sonorità eruttive della band. Dopo, come spesso è accaduto per tanti appassionati, nulla potrebbe essere più come prima.
(Maurizio De Paola – giornalista Metal Hammer)
(da www.rawandwild.com)
Ero convinto si trattasse di un libro sulla storia dei Judas priest e come ogni altro appassionato di heavy metal dovrebbe ,mi sono accostato con interesse alla lettura di questo libro , chiedendomi come avesse fatto un ragazzo italiano a raccogliere tutto il materiale biografico sulla band di Birmingham che non è proprio legata ad un alone di leggenda eterna come i connazionali Beatles dei quali chiunque sa quasi tutto e non sarebbe stato difficile per chiunque descriverne le gesta.Invece comincio a leggere il libro e dopo la prefazione di Lorenzo Nicotra che spiega cos’è l’heavy metal e perchè, giustamente, secondo lui i Judas rappresentino appieno il genere forse come nessun altro (anche perchè sono totalmenti avulsi a qualsiasi contaminazione stilistica e sono storicamente i primi ad aver definito l’immagine ed il suono del metal) ed una breve storia artistica nel primo capitolo (dove Marco finalmente difende il grandissimo en controverso album “Turbo”) capisco che il libro è un racconto fantastico che trae spunto dai testi e dai temi delle songs dei Judas in una forma totalmente inedita.
E’ come se avesse colto nell’opera omnia della band un filo conduttore e lo avesse palesato aggiungendovi del suo nel massimo rispetto delle scritture originali,amplificandone la forza e rendendone il tutto comprensibile e plausibile.
Tutto ha un senso in questo libro,dai titoli dei brani e degli album alle copertine alle trovate sceniche dei live.E pur trovandomi disorientato da questo libro che è diverso da quello che mi aspettavo ho goduto delle immagini che questo racconto diciamo “evangelico” ha evocato in me.Ovviamente come consiglia Maurizio de Paola la lettura del libro non puo’ essere completa senza ascoltare la musica dei suddetti Priest come sottofondo (ed io ci aggiungerei anche una buona birra,che in questo caso sarebbe irrinunciabile) .Cosi’ potremo anche noi immedesimarci nel giovane Rocker che si trova a trovare dentro se stesso il mondo magico della band.Alla fine del libro troviamo una discografia della band con commenti ed interpretazioni largamente condivisibili sul percorso artistico di questo combo metallico.Ovviamente il linguaggio ed il codice letterario non è quello poetico tradizionale ma non credo fosse questo lo scopo dell’autore che invece fa bene a cavalcare lo stesso stile tipico di questa musica ,senza fronzoli inutili ma senza punte letterarie che comunque nessuno avrebbe gradito in questa sede.Un libro consigliato ai veri fan dei Judas priest che vogliano respirare l’aria pesante e metallica tipica del gruppo ritrovando frasi e citazioni che ne hanno fatto una band di culto.Per gli altri credo possa essere un occasione per capire e per avvicinarsi ad un mondo fantastico ed avvolgente a cui nessuno dovrebbe rinunciare.
Gianni Colonna
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