Magnetica’s Weblog

Recensioni Magnetica Edizioni

Luigi Panzardi: Addii d’un rosso inconscio, Magnetica Ed. 2007

 

Luigi Panzardi è nato a San Giorgio Lucano in provincia di Matera il 27 maggio 1942 e vive a Taranto. Ha già pubblicato una raccolta di poesie intitolata Parole bianche e l’opera “Istanze e Sogni” entrambe edite da Il Filo. Alcuni suoi racconti sono presenti su siti web specializzati.

Panzardi ha trascorso la giovinezza vagando tra Svizzera e Milano, svolgendo lavori diversi, prima di trovare un impiego stabile che gli ha annichilito lo spirito. E’ tuttavia riuscito a pubblicare due raccolte di poesie: Parole bianche e Istanze e sogni.All’impiego è seguita la collocazione altrettanto stabile nella città di Taranto, dove risiede ancora. Ha cercato nelle opere di Friedrich W. Nietzsche la via per la quale la mente, pur genialmente dotata, smarrisce il comune processo logico e si offusca in un mondo di idee ed immagini pallide, sconnesse. Di nessun altro autore si può seguire con tanta ricchezza di elementi il passaggio dall’argomentare limpido  e profondo di Ecce Homo, ad esempio, alla irrazionalità dei “Biglietti della follia”, lo scorrere del ricco pensiero lungo l’alveo comune, fino al suo dilagare in una buia campagna astrusa. Nonostante la ricchezza degli elementi, quel passaggio rimane misterioso.Come la personalità dei personaggi di questi racconti.

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Titolo: Addii d’un rosso inconscio – RaccontiAutore: Luigi PanzardiISBN: 978-88-89889-37-4Prezzo: 10,00 €


Data di pubblicazione: dicembre 2007

Genere: Fantastico



<<La ragazza, stanca e tremante, tornò nel soggiorno e s’era appena sistemata sul divano in attesa dei padroni di casa, quando udì un lamento provenire dal piano di sopra. Sentiva suoni strani, prima una voce, poi un singhiozzo, quindi di nuovo una voce, un chiedere aiuto ed un pianto.  A volte un riso, dopo un intenso parlottio. Liliana si diresse verso la scala di marmo e salì di sopra…>>  da: “La busta azzurra”.

“Istanze e sogni” di Luigi Panzardi, ed. Il Filo, 2006

Recensione

Da www.kultunderground.org

Nel Poeta è sempre presente una solitudine interiore che lo spinge a comunicare con gli altri tramite i versi. E’ un secondo io, sempre presente, ma che in momenti di particolare tensione emotiva trova un suo sfogo guidando la mano a comporre riflessioni, urla di sdegno, silenzi che parlano più di qualsiasi voce.Ritroviamo questo pathos anche nella raccolta poetica di Luigi Panzardi, caratterizzata da una quarantina di liriche dalle tematiche più disparate, dall’osservazione della natura alla dolorosa immagine dei diseredati.In ogni caso è sempre presente la consapevolezza della caducità della vita, della conclusione di un ciclo con la morte, un evento accettato con una rassegnazione stanca.Al di fuori di canoni stilistici ben precisi, si può far rientrare tuttavia questo modo di poetare nel post-ermetismo, riprendendo da quest’ultimo alcune caratteristiche che impongono al lettore un’attenta lettura e rilettura, onde comprendere, peraltro senza soverchie difficoltà, il senso del messaggio.Aggiungo che c’è una costante linearità dell’esposizione, a volte accompagnata da incisi in funzione rafforzativa, in una stesura dal lessico non complesso, quasi comune, che non impedisce tuttavia il raggiungimento di un’armonia semplice, ma funzionale.Valga un esempio per tutti quella che, a mio parere, è la lirica più riuscita, dove il contrasto fra il desiderio di una donna emarginata e la realtà del mondo è espresso senza enfasi, e proprio per questo induce a una più ampia e serena riflessione. Davanti allo specchio di una vetrina Paralizzata, guarda la vetrina,gode per la lussuria dei colori esposta.Un fragore di luci biancheavvolge il nero vestito di seta giacente,imperlato, come un cielo gremito di stelle. Raspa con le mani il vuoto della borsetta,ha l’animo agghiacciato dalla fame,ha il cuore dentro che urla stupito,chiede di sapere perché non puòcorrere sull’azzurro del mare. Alle spalle il fiume gonfio e lento sta,della folla di uomini e macchine,scorre sullo schermo a due dimensioni:una è ricchezza, l’altra è povertà. Ecco, in questi versi c’è tutto lo sdegno per un mondo che accetta solo se stesso, c’è il naturale desiderio, il sogno di una donna per un abito che non può comprare, con quella mano che inconsciamente cerca quello che non c’è nella borsetta. Come tutti i sogni lo scontro con la realtà impone la domanda del perché altri sì e lei no.E la risposta è nell’ultima quartina, con quel fiume di un’altra umanità che scorre insensibile, lasciando sulle sponde chi non può percorrerlo. 

Basterebbe questa lirica a dare valore a una raccolta che ne presenta altre di significativo rilevo.

L’intervista (www.arteinsieme.net

E’ uscito proprio in questi giorni il tuo ultimo libro intitolato Addii d’un rosso inconscio, una raccolta di racconti.

Ci vuoi parlare di questo tuo lavoro e ci vuoi spiegare i motivi di un titolo così strano?

 Il titolo annuncia, sia pure vagamente, l’esito drammatico dei racconti, i cui personaggi, essendo dotati di personalità per così dire insolite, fuori della norma, al limite, o dentro la follia, fanno sorgere questa sensazione di stranezza, giustamente rilevata. Nella stessa prefazione, di cui pure sono l’autore, col riferimento  al tragico e misterioso  passaggio dalla lucidità alla follia in cui si perdette la mente di F. Nietzsche, intendo  avvicinare l’eventuale lettore al mistero, sempre vigente, che annebbia talune alterazioni della mente. E da queste alterazioni seguono poi le aberrazioni del comportamento che rendono drammatica la relazione dell’uno con gli altri. Sulla strada di queste anomalie si arriva al fantastico, da intendersi però più come un realtà che supera gli stessi limiti della fantasia, anziché come un irreale fine a sé stesso.

In questi racconti c’è un comune filo conduttore, o meglio ancora, c’è uno stesso messaggio che li lega?

I racconti sono eterogenei, e molto, fra di loro, né poteva essere diversamente, trattandosi ciascuna di una storia a sé, con personaggi che hanno ognuno un proprio destino. Eppure un robusto e nero filo li unisce, una specie di fratellanza al negativo, che dà alla fine la sensazione di una comune loro sfortuna nello scorrere di avvenimenti assolutamente diversi.

L’unico messaggio rilevabile, ma non certo espresso, sarebbe l’invito caloroso al lettore di curare sempre la propria integrità mentale.

 Questa non è la tua prima pubblicazione, ma con questo editore è la prima volta che hai lavorato.

Come ti sei trovato?

Sinceramente è ancora presto per dare un giudizio complessivo e definitivo. Ritengo che l’efficienza di un editore non stia nella semplice pubblicazione di un testo, ma soprattutto nella volontà e capacità di diffondere l’opera, crearle intorno l’ambiente più favorevole all’approccio con i lettori. Sicuramente finora con questo editore c’è stata onestà nel rapporto e  reciproca, affabile collaborazione in tutto ciò che ha riguardato la cura dell’edizione. In più vorrei segnalare la pazienza avuta da lui nell’accogliere sempre puntualmente le mie ripetute revisioni al testo.

 Hai dei progetti letterari in corso?  In verità, non pochi; uno però  in particolare, un romanzo la cui stesura  è quasi alla fine e di cui tuttavia non posso dire il titolo, perché il nome preferisco darlo, in forma definitiva, solo dopo la nascita. Grazie, Luigi, e ovviamente auguri per questo tuo libro. 

Dicembre 16, 2007 Pubblicato da magnetica | Vetrina Autori, recensioni | | Ancora nessun commento.

Giacomo Scalfari: La nascita dell’Armata Verdenera, Magnetica Edizioni 2007

Il catalogo Magnetica Edizioni si arricchisce di un altro, prezioso lavoro nato dall’abile penna di Giacomo Scalfari.Un racconto che non incontrerà solo il consenso e l’apprezzamento dei lettori affezionati al Fantasy ma che saprà essere veicolo e stimolo di idee e contenuti che vanno ben oltre la narrazione. Ipotesi ardite? Fantascienza? Assolutamente non si tratta di questo ma per gustare appieno il complesso e intrigante “mondo” di Scalfari, non c’è che una possibilità: leggerlo.  E non è improbabile che vi venga voglia di regalarlo a chi, tra i vostri amici e conoscenti è in grado di apprezzare un’opera che, al di là dell’ espediente narrativo, offre reali contenuti su cui riflettere.

Pina Varriale

Ogni tanto succede che un editore abbia l’intuito di pubblicare qualcosa di nuovo e interessante, evitando di ricalcare stereotipi annosi e trite riproposizioni di temi derivati da Tolkien o epigoni. E’ questo il caso dell’opera intitolata “La nascita dell’Armata Verdenera”, di Giacomo Scalfari. Un romanzo che soltanto in apparenza riprende gli stilemi dei classici mondi del Fantasy, ma che in realtà va ben oltre gli stessi con intelligenza e competenza.L’autore ci dice: “Mi aspetto che il libro sia letto, oltre che dagli amanti del genere Fantasy, da tutti coloro che giudicano l’immaginazione non solo un’ottima risorsa per sopportare meglio le intemperie della vita, ma anche un veicolo attraverso cui guardare ad altri mondi possibili, forse migliori di questo, e pensarne una futura realizzazione.” Echi che sono forse più di William Morris o di Eric R. Eddison, James B. Cabell e dello stesso Mervyn Peake che di J.R.R. Tolkien. Echi che Giacomo Scalfari dimostra di avere ben assimilato e compreso, riproponendoli con una sua cifra stilistica che non ha il sapore dell’ovvio e del banale.

Dalmazio Frau

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Titolo: La nascita dell’Armata Verdenera

Autore: Giacomo Scalari

ISBN: 978-88-89889-38-1

Prezzo: 11,00 €


Data di pubblicazione: dicembre 2007Genere: Fantasy

 

 

Giacomo Scalfari vive a Parma.
Dopo essersi laureato a Bologna in Lettere Classiche ha frequentato la Scuola di specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS). Oggi alterna il lavoro di archeologo a quello di professore di italiano e storia nelle scuole superiori.

Ha pubblicato: Terra Guerra Magia, antica tradizione indoeuropea dai Celti a re Artù (Keltia Editrice, 2003); Veterano di guerre psichiche ed altri racconti (Edizioni Il Foglio, 2004); La Radura dei Superflui (Oppure Libri, 2005).

 

L’intervista

(da www.zam.it)

Appena uscito per i tipi della Cicorivolta Edizioni, ‘Doppio UNO (a margine di un omicidio brigatista)’, è innanzitutto una storia che, per quanto inquietante, kafkiana, prende spunto da fatti realmente accaduti. Tutto comincia a prendere forma a Genova, nel corso del G8 dell’estate 2001. Poi, un paio di mesi dopo, ci sono le torri che crollano. Le polizie di tutto il mondo, inclusa quella italiana, cominciano ad investire gran parte delle proprie risorse umane ed economiche nella difesa dal moloch terrorista. Si moltiplicano contatti, abboccamenti, sinergie fra le intelligence di mezzo mondo. In Italia, poi, nel marzo 2002, assistiamo con l’omicidio Biagi ad una recrudescenza del brigatismo rosso, sebbene vi fosse già stato l’omicidio D’Antona nel ‘99. E comunque è proprio in questo passaggio che la vicenda di Pietro, il protagonista di ‘Doppio uno’ e alter ego dello scrittore, conosce una drastica accelerazione. Pietro infatti è un militante di una formazione di estrema sinistra, che ha sempre agito alla luce del sole e che tuttavia, un giorno, del tutto inaspettatamente, viene a trovarsi indicata sulla mappa di tutte quelle sigle che vengono date come fiancheggiatrici o parallele alle BR. Da quel momento, Pietro comincia a scorgere delle ombre, degli spettri, delle sagome. Le vede appostate nei bar, all’uscita del cinema, dentro a macchine parcheggiate, dentro agli scompartimenti del treno, sul posto di lavoro. Sulle prime pensa di avere delle allucinazioni, di essere impazzito, come accade per i personaggi di certi film, poi comincia a realizzare ciò che probabilmente è la verità: lui è un uomo pedinato. E lo resterà per molto tempo. Il libro racconta appunto la vicenda di un ragazzo, di un normale studente, appassionato di fantasy e giochi di ruolo, che non ha nulla da nascondere, e che pure per un lungo periodo vedrà intorno a sé muoversi un numero molto consistente di barbefinte e altri personaggi, per lo più umbratili, dallo sguardo gelido e sfuggente. Una vicenda, tra l’altro, attraversata in completa solitudine, visto che Pietro fatica a convincere anche i suoi stessi compagni dello scenario grottesco e paradossale che gli è stato allestito intorno.

-Giacomo, sei sicuro di quello che hai scritto?

Certo. La garanzia che posso dare, però, è solo la mia parola. Chi mi è stato addosso, ovviamente, lo sapeva, ed è per questo che ha continuato a farlo per lungo tempo in assoluta disinvoltura.

-Che effetto fa sentirsi pedinati?

Un brutto effetto. Forse il dato più negativo è che la consapevolezza di ciò che ti sta accadendo non puoi condividerla con nessuno. Se ci provi, il più delle volte passi per mezzo matto.

-Che idea ti sei fatto, invece, della polizia di stato?

Io non so chi fosse quella gente così interessata ai miei passi. Polizia? Carabinieri? Servizi? Posso avanzare delle ipotesi, ma niente di più. Ritengo però che, in generale, le forze dell’ordine non si facciano alcuno scrupolo quando si tratta di “marcare a uomo” un militante extraparlamentare.

-Nel libro i diversi riferimenti storici, e cioè il nome di Biagi, della Lioce, etc., sono tutti leggermente alterati. Allo stesso modo, il luogo dell’azione è un’immaginaria Crisopoli, che tuttavia non fatichiamo a riconoscere nella città di Parma. Perché questa scelta, visto che racconti circostanze realmente accadute?

Le circostanze sono reali, ma le conclusioni che io ne traggo sono ipotetiche e del tutto personali. Inoltre “Doppio uno” non vuole essere solo un libro cronachistico. I fatti che si narrano sono per certi versi un pretesto per affrontare temi esistenziali come la paura, la solitudine, il fato, la lotta impari… e perché no, l’immaginazione come risorsa per opporsi a tutto questo.

-Da quanto tempo militi nell’estrema sinistra e di che tipo di organizzazione si tratta?

Milito da circa dodici anni in un partito comunista extraparlamentare che ha sempre agito alla luce del sole. Ritengo che la gente che mi è stata addosso per tanto tempo non possa dire altrettanto.

-Perché su quanto ti è accaduto hai preferito scrivere un libro, fra l’altro dai contorni molto sfumati, nebbiosi, talvolta lievemente irreali, piuttosto che chiamare un po’ di giornali e raccontargli tutto?

Credo che sarebbe servito solo a farmi dare del paranoico anche dai giornalisti, oltre che da amici e compagni.

-A parte ‘Doppio Uno’, hai già scritto diversa narrativa. Che cosa stai preparando adesso?

“Doppio Uno” è un libro che io non avrei mai voluto scrivere, ma che ho ritenuto di dover scrivere perché, come già disse qualcuno, la verità è rivoluzionaria e va dunque onorata fino in fondo. Se il mondo feroce in cui viviamo me lo permette, vorrei tornare al fantasy e alla mitologia, che sono la mia passione più autentica…

Ivan Carozzi

da www.stradenove.net

doppioDOPPIO UNO: 11. E’ IL TIRO PIÙ MALEDETTO NEL FANTAGIOCO DEL WARHAMMER, ma il vero 11 maledetto della storia contemporanea è un altro 11.
L’11 settembre del 2001, naturalmente, vero e proprio crocevia della storia del mondo.
   Una giornata lorda di sandue, con la quale perfino i nostri figli e i nostri nipoti dovranno costantemente misurarsi, perché la Storia ad un certo punto è parsa deviare dalla sua rotta naturale per andare a braccetto con una pulsione demoniaca di sopraffazione, sprezzo della vita umana e del suo intrinseco valore. Un punto di non ritorno che spiegherà i suoi effetti per decenni, rallentando la crescita economica e rendendo difficili le relazioni tra Stati, popoli, razze e diverse religioni. Il terzo millennio, insomma, non poteva cominciare peggio. Ma c’è battaglia e battaglia.
   Nella microstoria di questo libro di Scalfari, teatro del Warhammer – le battaglie fantasy combattute da eserciti in miniatura – è il Circolo degli Argonauti.
   Pietro, il protagonista centrale, guida un esercito di Bretonnia, il cui nerbo è formato da nobili cavalieri votati alla misteriosa Dama del Lago.
   È questa una vicenda dalla strana luce sinistra, che si dipana tra ombre di uomini (“Superloscoman”), case, strade, stazioni, in equilibrio labile fra militanza politica extraparlamentare e servizi segreti.
Una vicenda ambigua, definibile tra quelle parainvisibili, cioè quelle che si svolgono sotto i nostri occhi senza per questo essere mai veramente notate, mentre prendiamo il caffè, leggiamo il giornale, aspettiamo l’autobus, abbracciamo le nostre donne e… ci illudiamo di sapere e tenere tutto sotto controllo. Ci illudiamo che la vita scorra normale, e invece qualcuno è sempre lì, pronto a tessere trame oscure, disegni criminosi e destabilizzanti.
   A spiarci e decidere per noi la nostra vita. E anche, a volte, la nostra morte.
“Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi una sala, come a Massimo D’Antona…”. Con questa “battuta” Marco Biagi, 52 anni, si rivolge al ministro del Welfare Roberto Maroni e al suo sottosegretario Maurizio Sacconi.
   Pochi giorni dopo, il 19 marzo 2002, viene ucciso dalle Brigate Rosse a Bologna, mentre, di ritorno dall’università di Modena dove insegnava diritto del lavoro, si appresta ad aprire il portone e raggiungere la moglie e i due figli.
   Anche lui come D’Antona era un consulente del ministro del lavoro (ora welfare) nel suo caso del governo Berlusconi, come in precedenza lo era stato di Enrico Letta e Tiziano Treu, ministri dei governi di centrosinistra. Era impegnato nella definizione delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
   Dopo meno di tre anni le Brigate Rosse tornano ad uccidere con la stessa pistola il medesimo bersaglio, un consulente in riforme del lavoro dello stesso ministero, senza che questi venga anche minimamente protetto da una scorta.
   Ma parallele a vicende sociopolitiche di tale rilievo, scorrono vite minime, ben altrimenti affaccendate.
   A 27 anni, senza avere un’idea precisa di cosa avrebbe fatto dopo, il 19 luglio 2001 Pietro si laurea in Lettere all’Università di Bologna. Non solo studente. Anche attivista politico del Fronte Comunista, piccola ma vivace formazione extraparlamentare. Il 19 luglio è anche la data dell’inizio delle fatidiche giornate di Genova che costarono la vita al povero Carlo Giuliani, macchiando di sangue ed infamia la maschera democratica di una Repubblica ormai sull’orlo di una pericolosa crisi di nervi. Un inferno di pestaggi, lacrimogeni e menzogne mai del tutto chiarite.
   Ad un certo punto, Pietro, smaltita l’euforia post-lauream, trova lavoro presso una Cooperativa archeologica che sta portando alla luce un villaggio preistorico appena fuori Crisopoli. Ma la sua vita viene pian piano sconvolta dal prendere coscienza che qualcuno è sulle sue tracce…
   Da un punto di vista formale, non si capisce bene dove stia l’originalità nel trasformare la libreria Feltrinelli in… Veltrinelli o Marco Biagi in… Piaggi.

Giacomo Scalfari, Doppio uno (a margine di un omicidio brigatista), Cicorivolta Edizioni, pagg. 122, Euro 7,00

Fernando Bassoli

Dicembre 16, 2007 Pubblicato da magnetica | Vetrina Autori, recensioni | | Ancora nessun commento.

Vetrina d’Autore: Elena Vesnaver

elena vesnaverLa vita è strana.Soprattutto quando si nasce il 21 febbraio 1964, perché già essere Pesci è strano, ma quando si è anche cuspide Acquario tutto si complica e rende la vita ancora più strana e il 1964 è un anno da matti, provare per credere.Se poi si nasce a Trieste bisogna aggiungere i conflitti, le inquietudini, il nervosismo della terra di frontiera che non ti lascerà mai in pace, che non ti abbandonerà mai, che non ti permetterà mai una vita tranquilla, che ti porterà su e giù, come le onde del mare. Già, il mare. A Trieste c’è anche il mare.Sono nata a Trieste e forse tutto comincia da lì. Sono un’attrice che scrive o un autore che recita? Chi lo sa, ho sempre il dubbio, anche se lo scrivere sta chiedendo sempre più frequentemente la priorità.Ho iniziato nel 1988, scrivendo i testi degli spettacoli che avrei portato in scena, riducendo per il palco classici della letteratura per ragazzi e non solo; poi, amici e qualche fidanzato, mi hanno cominciato a spingere verso la scrittura che non ha bisogno di un palcoscenico per vivere, io gli ho dato retta ed eccomi qui.La mia prima pubblicazione risale al 1999, quando per la casa editrice Lo Scarabeo ho curato il mazzo di tarocchi I Tarocchi delle Fiabe, scegliendo la fiaba da legare ai singoli Arcani, scrivendo la prefazione e una breve filastrocca per ogni carta.Poi sono arrivati, nel 2002 e nel 2003, due libri per ragazzi editi dalla Edicolors: Le storie di Pozzo ed Elide dov’è? Il mistero della bidella scomparsa (un giallo under 12).Nel 2005 sono terza al concorso Profondo Giallo con il racconto lungo La faccia nera della luna e subito dopo mi capita la grande fortuna di incontrare la casa editrice napoletana Magnetica che decide di pubblicare, nei primi mesi del 2006, il mio racconto.Faccio il bis nel 2007 con Sixta pixta rixa xista, una storia di streghe ambientata a Cormòns nel 1647 e che da tanto premeva per uscire dalla mia testa.Nel frattempo esce anche Strane storie d’amore per la casa editrice Castalia, una raccolta di racconti per ragazzi che narrano storie di innamoramenti surreali e divertenti.Diversi miei lavori sono presenti in varie antologie: Flor in Lost Highway Motel 2 (Cut-Up Edizioni), L’ora di andare nell’antologia Tutto il nero dell’Italia (Noubs), La poetica del tè presente in Il delitto si tinge di verde edito da Osiride per il museo di Rovereto.Qualcosa di mio naviga anche nel grande oceano del web e mi piace ricordare i racconti presenti su Orient Express (www.zaffoni.it) e L’ultimo conzapignate, un racconto che amo molto e che è stato accettato da www.thrillermagazine.it. Intanto scrivo.Soprattutto il romanzo che mi stanno chiedendo tutti e che presto ci sarà. Promesso.

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Titolo: Sixta pixta rixa xista

Autore: Elena Vesnaver

ISBN: 978-88-89889-32-9

Prezzo: 6,50 €



Data di pubblicazione: maggio 2007

Genere: Streghe



- Quando ridi così, mi viene su la paura – borbottò la vecchia scrollando il suo carico, – come con tua nonna. Rideva e dopo succedeva qualcosa. Striis, tutte e due.

- Sixta pixta rixa xista… – si allontanò masticando la vecchia formula per mandare via le streghe.

Storie, diceva sua nonna, se bastassero quattro parole, che streghe saremmo? E dopo rideva.

La vecchia aveva ragione: quando sua nonna rideva, poteva succedere qualsiasi cosa.

 

La RECENSIONE

 

SHERLOCK MAGAZINE n°10 

Sixta pixta rixa xista

Di Elena Vesnaver (Ed. Magnetica, 2007)

Sixta pixta rixa xista è un’antica formula per scacciare le streghe. Ma è anche il titolo del secondo libro di Elena Vesnaver, autrice friulana. Un piccolo volumetto, agevole, tascabile nel vero senso della parola e godibile alla lettura. Si tratta di un libro drammatico, come può esserlo un libro che narra la storia di un amore impossibile: quello tra una strega e il suo inquisitore.

Luzie è una strega. Così almeno tutti la considerano. Ma è una strega “buona”, benvoluta e amata per le attenzioni che ha sempre verso gli altri. Finché un giorno giunge in paese un Inquisitore e gli eventi precipitano fino a farlo giungere da lei… Non siamo di fronte a un giallo classico, questo è avedente, ma non siamo di fronte nemmeno a uno dei tanti romanzi dedicati alla caccia alle streghe. Sicuramente ci sono richiami a La Chimera di Sebastiano Vassalli e comunque a un filone letterario legato alla sanguinosa tradizione delle persecuzioni e delle torture perpetrate ai danni delle cosiddette streghe. Se, però, si vuole definire l’opera della Vesnaver, senza dubbio è necessario utilizzare il termine romanzo d’amore. Infatti è proprio questo l’aspetto più originale del libro. Luzie si innamora perdutamente dell’uomo che le darà la morte, un amore incondizionato, puro, oltre il limite dell’animo umano e forse proprio per questo, oscuro e incomprensibile.

Con il suo stile asciutto, colorito dal dialetto, diretto e pulito, l’autrice racconta con naturalezza e in poche pagine questa storia che scorre veloce sotto gli occhi del lettore, che in un soffio si trova alla fine, alle porte della primavera.

Per concludere ci si trova davanti a un’opera originale nel suo genere e convincente nella sua immediatezza e a un’autrice che si conferma matura e preparata per affrontare opere di respiro più ampio.

(Chiara Bertazzoni)

 

Elena Vesnaver è presente nel catalogo Magnetica Edizioni anche con: ico_faccianeraluna

Titolo: La faccia nera della luna

Autore: Elena Vesnaver

ISBN: 88-89889-08-x

Prezzo: 6,50 €



Data di pubblicazione: febbraio 2006

Genere: giallo/mainstream



Mentre scendevo le scale e riprendevo la sacca che avevo lasciato in portineria, mi chiesi perché non gli avessi detto proprio tutto quello che mio padre mi aveva raccontato al telefono, in fondo non cambiava la sostanza della storia. O forse sì? Forse sapere che la bambina morta si chiamava Sara anche lei, questo cambiava la sostanza della storia e ancora di più la cambiava il fatto che era la figlia di Enrico. E che Enrico era uno di noi, quella mattina di inizio estate, a Villa Bardi.

Dicembre 16, 2007 Pubblicato da magnetica | Vetrina Autori, recensioni | | Ancora nessun commento.